Ballottaggio
di Roberto Mostarda

Sembra di parlare di qualcosa di consueto, di esistito da sempre, di assolutamente normale, nell’esercizio democratico del voto. Invece ci troviamo dinanzi a qualcosa che assomiglia molto di più allo spareggio calcistico che finisce ai rigori, dove non vince sempre e comunque la squadra più meritevole!
E’ il ballottaggio, dunque. Ossia, la votazione elettiva caratterizzata dal restringimento della scelta del collegio elettorale ai candidati, in genere due, che hanno ottenuto il maggior numero di voti in un precedente scrutinio, ma che non abbiano raggiunto il numero sufficiente per l’elezione qualora sia fissato un quorum oppure siano terminati in parità nel caso di elezioni a maggioranza relativa. Nelle elezioni politiche, il ballottaggio è di norma collegato al sistema a collegio uninominale a doppio turno.
Al tempo stesso, il termine indica anche (derivando dal francese ballottage, che a sua volta discende dall’italiano ballotta, cioè le pallina utilizzata per le votazioni nel Medioevo), in genere la seconda votazione, che si fa quando nella prima nessuno dei candidati ha ottenuto la maggioranza richiesta, limitata ai due o più candidati che vi si sono maggiormente avvicinati.
Esiste poi, scientificamente parlando, il cosiddetto criterio di Condorcet, ovvero una procedura di votazione in cui il candidato vincente è scelto dopo che, con il metodo a ballottaggio (ossia, mettendo a votazione i candidati a coppie di due), ha sconfitto tutti gli altri, ottenendo in ciascuno scrutinio la maggioranza dei voti. Il criterio prende nome dal matematico e filosofo francese J.A.N. de Caritat (1743-94), marchese di Condorcet. Insieme a P.S. Laplace e J.C. de Borda, C. fu tra i principali fautori dell’applicazione di un rigoroso approccio matematico alla ricerca nelle scienze sociali. Nel suo lavoro più noto, Essai sur l’application de l’analyse à la probabilité des décisions rendues à la pluralité des voix (1785), sostiene che il voto a maggioranza risulta il sistema migliore, quando si è in presenza di due soli candidati. Condorcet condivideva con Borda la critica sul criterio della maggioranza semplice a turno unico tra una pluralità di candidati, ma non la soluzione offerta da Borda. Nel 1794 illustrò una sua proposta in un famoso verbale in cui venne riportata anche la proposta di Borda. In questo documento Condorcet proponeva di mettere a confronto i candidati due alla volta, sulla base delle preferenze espresse dai votanti, ciascuno dei quali elencava in ordine i candidati. Il candidato in grado di vincere gli scontri diretti veniva automaticamente dichiarato vincitore. Cosciente che molto spesso sia il suo metodo sia quello di Borda portavano allo stesso risultato, illustrò anche casi in cui i due metodi divergevano. Tuttavia, l’elemento di novità più importante risiede nella scoperta che anche il suo metodo poteva non portare a un vincitore. La scelta sociale, nei casi di particolare distribuzione delle preferenze dei votanti, non rispecchia il criterio di transitività, dando luogo a scelte sociali cicliche (non transitive) e al cosiddetto paradosso di Condorcet, secondo il quale, i ballottaggi, in funzione dell’ordine con cui vengono accoppiati e messi a votazione i candidati, determinano un esito che non consente di trovare un unico candidato vincitore il quale garantisca anche il rispetto del criterio della non transitività.
Al di là della scientificità e complessità di un metodo, con il termine di ballottaggio, nel nostro sistema di voto amministrativo (non è previsto nelle politiche) si descrive la situazione nella quale nessun candidato ha raggiunto il 50 più uno dei voti necessari all’elezione immediata e devono misurarsi in un secondo turno di votazione (in tempi brevi, di solito due settimane) i due candidati che hanno ricevuto proporzionalmente più voti.
Osservavamo che sembra sempre più probabile il ricorso al ballottaggio nel nostro scenario politico. Una situazione che pone certamente molti interrogativi e che soprattutto delinea una divisione, uno spezzettamento dell’agire politico, l’incapacità cioè di rappresentare valori condivisi da una maggioranza o anche da una minoranza ben definite e percepibili. Ormai assistiamo alla libera uscita del voto, al disorientamento che emerge nella impossibilità di scegliere in modo esauriente e soddisfacente la propria rappresentanza politica.
In più, esiste la possibilità non remota, che fattori locali ma anche influenze nazionali, possano determinare nell’urna anche lo sconvolgimento di un risultato. Ossia che gli apparentamenti tra minoranze, possano impedire la prevalenza della maggioranza relativa uscita dal voto. Una condizione certamente non augurabile soprattutto perché seppure potrebbe manifestare il sentire della gente, il non trovare più da chi farsi rappresentare con convinzione unito al prevalere di visioni puramente opportunistiche (combattere e vincere su un avversario tutti insieme) porta a tradire la funzione della politica che è quella di trovare una sintesi, anche tra diversità. Maggioranze raccogliticcie accomunate soltanto da uno scopo negativo di impedire un risultato di stabilità, apre la porta soltanto a ulteriore confusione, quando queste ammucchiate occasionali si trovano a dover fare i conti con la realtà e con le esigenze di quegli stessi cittadini che non hanno saputo esprimere altro che il loro disagio. Il moltiplicarsi di queste evenienze nel nostro sistema politico e amministrativo, ancorché indicativo di una fase ancora di passaggio epocale dove resta l’eclissi della politica, non è certo un buon segnale e neppure un sintomo positivo.

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