Leader
di Roberto Mostarda

E’ una parola ormai entrata nel lessico come se esistesse da sempre e impiegata nelle forme più varie e in molteplici aspetti del vivere e della società. Se ne parla in termini politici, economici, sindacali e nella più ampia varietà dei comportamenti e nelle aggregazioni sociali.
Il leader, quale espressione concettuale anche, trae la sua origine da una parola inglese che sostantiva il verbo to lead che significa sin dall’antichità “guidare” nel suo senso più ampio e completo. Il sostantivo derivante, appunto leader, indica dunque sia al femminile che al maschile, chi guida, chi da impulso, chi traina qualcosa o qualcuno.
L’accezione più consueta con la quale si usa, indica il capo di un partito, di un movimento d’idee, di un’organizzazione, di un gruppo. Per estensione in Gran Bretagna, delinea anche il rappresentante del governo presso la Camera dei Comuni e quella dei Lord (si pensi all’evoluzione negli Stati Uniti dove prende il nome di speaker dove indica il “portavoce” delle assemblee ed è di regola espressione della maggioranza politica dell’assemblea). Ma è altrettanto significativo il suo uso per indicare in senso generico ed ampio la guida, il rappresentante più avanzato di una realtà, di un movimento, di un’idea. Così anche nello sport dove indica il concorrente (atleta o squadra) che è al primo posto in classifica durante la disputa di un campionato o comunque di una gara con più prove. Nell’ippica, cavallo che in ogni circostanza corre davanti agli altri, li conduce e serve loro da guida; in particolare il cavallo anziano bene ammaestrato che si colloca alla testa di una fila di puledri, allo scopo di addestrarli al galoppo e di regolarne l’andatura.
Tornando al significato della politica la figura del leader è concepita nei diversi contesti politici non solo e non tanto come un ‘capo’ che instaura relazioni di comando-obbedienza con i propri ‘seguaci’ sulla base di una legittimazione di tipo carismatico, quanto piuttosto nei termini della prevalenza strategica dei ruoli individuali nella gestione delle strutture politiche. Sono così entrate in uso espressioni come leader con partito e governo del leader per indicare la centralità dell’elemento personalistico, rispettivamente, nella configurazione dei partiti e dei loro rapporti con l’elettorato, e nella reinterpretazione dei ruoli istituzionali al di fuori della routine normativa. In particolare, molti gruppi politici di recente formazione e in diversa misura anche le organizzazioni di partito tradizionali, tendono a rimodellarsi sulla rete di relazioni fra un leader e la sua ‘squadra’. Molti ruoli istituzionali, come quelli di capo del governo e capo dello Stato, sono orientati verso un processo di accentuata personalizzazione, non solo nei regimi democratici (come nel presidenzialismo statunitense, nel semipresidenzialismo francese e nel premierato britannico) che prevedono comunque forme costituzionali di identificazione fra il leader e l’apparato esecutivo, ma anche nei regimi parlamentari in cui non esiste legittimazione di sovranità per questi ruoli.
E’ questo il caso dell’Italia dove la figura del leader o soltanto la sua apparenza continuano senza più alcuna giustificazione storica ma per un riflesso condizionato ideologico contro l’uomo solo al comando, ad avere una declinazione non positiva. E’ accaduto con Craxi, è accaduto con Berlusconi, accade ora con il premier Renzi. Un riflesso condizionato, dicevamo, senza radicamento reale. Nessun mutamento della Costituzione attuato nei rigorosi limiti in cui essa permette la sua evoluzione, potrebbe infatti mai consentire l’instaurarsi di un leader o di una leadership svincolata dalla sovranità popolare. Un alibi dai contorni oscuri o forse chiarissimi, con il quale, come dimostra l’ennesimo documento di costituzionalisti (sempre loro e sempre gli stessi) il vero conservatorismo politico cerca di evitare che i cambiamenti possano metterli nel proscenio e non nel palcoscenico nel quale pensano di rappresentare il nume tutelare.
Ma non è proprio questa pretesa di essere numi tutelari a tradire proprio l’aspirazione ad essere leader e, in questo caso, senza alcuna rappresentatività voluta dai cittadini, dunque leader nella peggiore delle accezioni possibile? La perplessità è legittima e la sensazione la solita: “che tutto cambi perché nulla cambi”. Oltretutto mentre la sperimentazione permette di capire gli errori, l’autoreferenziale tendenza a dire sempre no, non si fa, così si sbaglia, così si mette in pericolo, mostra la sua vera realtà: fatta di privilegio del ruolo e di leadership presunta e senza contesto! Soprattutto perché il sommesso mormorare di sempre di costoro diviene clamore quanto più si avvicinano appuntamenti elettorali o referendari. Un uso quanto meno ambiguo di un ruolo di guida e di spiegazione delle norme che ci governano e degno di migliore causa.
Settant’anni di repubblica e di vita democratica sono la migliore garanzia, i cittadini per quanto confusi e disorientati sanno benissimo dove si trova il confine della propria libertà e quali sono i principi irrinunciabili. Non hanno bisogno di prefiche o di annunciatori di sventura che parlano dall’alto dei loro laticlavi e delle loro prebende e non nell’agone difficile in cui si deve lavorare e decidere per l’Italia di domani. Di autoreferenziali leader di questa natura non si sente davvero il bisogno!

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