Quorum
di Roberto Mostarda

Torna ormai con una certa regolarità, nell’epoca delle maggioranze variabili, nonché delle geometrie politiche variabili quale quella che viviamo, il termine che abbiamo scelto. Quasi uno spettro che si aggira per un’amletica realtà, si affaccia qui o là, per dare certezze, seminare apprensione, determinare destini.
L’origine della parola è latina, letteralmente si tratta della declinazione al genitivo del pronome chi (qui in latino) e vuol dire “dei quali”. Nell’evoluzione del significato viene impiegato per indicare il numero legalmente necessario per la validità delle adunanze e delle deliberazioni di determinati organi collegiali, distinto in costitutivo, quello necessario per la validità delle adunanze di un’assemblea, e quello deliberativo cioè necessario per la validità delle deliberazioni.
In questa accezione tuttavia è entrato in uso in Italia nell’Ottocento attraverso la prassi parlamentare inglese, e poi quella francese, per la quale viene stabilito con una frazione del numero complessivo dei membri diversa per i varî organi, pubblici o anche privati, e per i varî oggetti di deliberazione (metà più uno dei componenti o dei presenti, due terzi dei componenti, e così via). Per estensione può indicare anche il numero minimo di voti necessario per l’elezione di un candidato.
Storicamente con la parola quorum iniziava un'antica legge inglese, che stabiliva la necessità della presenza di un determinato numero di giudici per la validità del procedimento. Del numero legale non si usa parlare per quei collegi che debbono essere costituiti da un numero fisso e invariabile di membri: così per i collegi giudiziarî, per quelli delle giurisdizioni amministrative, per le commissioni giudicatrici di esami e di concorsi.
L’uso del valore concreto del termine quorum si ha quando il numero necessario per deliberare è stabilito in una frazione del numero complessivo dei componenti il collegio; per regola non eliminabile, la presenza di tale numero è richiesta per tutto il tempo dell'adunanza, ossia per la discussione e per la deliberazione; in alcuni ordinamenti stranieri, e limitatamente ai collegi costituzionali, il numero legale è richiesto soltanto al momento della deliberazione.
Varie sono le regole con cui, nel nostro paese il quorum è stabilito, la più comune è quella che fissa tale numero alla metà di quello dei componenti il collegio: tale è il principio generale portato dalla legge comunale e provinciale a proposito delle consulte, dei rettorati e di altri organi locali; così come è stabilito per le sezioni consultive e per l'adunanza generale del Consiglio di stato, pei consigli delle federazioni e confederazioni sindacali, secondo la maggior parte dei relativi statuti. In altri casi, è stabilito il principio della maggioranza assoluta, cioè della metà più uno dei componenti: così per le camere parlamentari come per i consigli d'amministrazione degl'istituti di beneficenza.
In casi eccezionali, è richiesto un numero superiore, di solito quello di due terzi talora per tutte le deliberazioni di un dato organo, come dei consigli di amministrazione presso i ministeri, più spesso solo per alcune di particolare importanza. Per evitare che la mancanza del numero legale renda impossibile il funzionamento dei collegi, è spesso stabilito che, dopo una seconda convocazione, l'adunanza sia valida anche con un numero inferiore di presenti (un quarto, un quinto, nelle federazioni sindacali), o qualunque sia tale numero. Per le assemblee delle persone giuridiche private, il quorum viene stabilito nei particolari statuti, i quali di solito richiedono la presenza della metà dei componenti. Per le società commerciali vale un sistema particolare, in quanto il numero legale è determinato non in considerazione delle persone, ma in base al capitale da esse portato: l'art. 157 del codice di commercio richiede, infatti, l'intervento di tanti soci, che rappresentino almeno la metà del capitale sociale.
Nella pratica politica nazionale, non vi è dubbio che l’impiego del quorum è divenuto una sorta di spauracchio, di arma impropria utilizzata contro l’avversario, il concorrente, uno strumento volto a vanificare le finalità di un’iniziativa, a volte meritoria altre meno. In sostanza, però, un mezzo che prescinde dal fine, che lo supera senza ad esso riferirsi, che impedisce nei fatti un confronto serio ed approfondito e che taglia corto sui problemi dei quali si chiede l’esame o il conforto del voto popolare.
Quanto accaduto con il recente referendum cosiddetto sulle trivelle ne è stata plastica e negativa dimostrazione. La complessità del tema sotteso all’espressione del sì o del no richiesto agli elettori, cioè la direzione che dovranno prendere le scelte energetiche nazionali, non solo non si riscontrava nel quesito sottoposto, ma è stato assente anche nel dibattito-scontro prima del voto. In sostanza, si voleva semplicemente marcare una differenza irrealistica e mendace tra chi vuole le trivelle in mare e chi no entro le acque territoriali. Peccato che la ovvietà della risposta per un cittadino che ha a cuore l’ambiente, nulla aveva a che vedere con il pratico risultato del voto referendario, peraltro mancato proprio per l’assenza del quorum: ci sarebbero voluti almeno una decina di anni per vedere inattive le piattaforme a scadenza delle concessioni se avesse vinto il sì abrogando la misteriosa formula legale prevista nella domanda posta al popolo.
Il risultato, previsto peraltro (per metà del paese il problema non si poneva non essendovi piattaforme petrolifere) non è come si vorrebbe far credere una vittoria dei trivellatori, ma certamente è una sconfitta per un’analisi seria, realistica e concludente su quello che nei prossimi anni dovrà essere il piano energetico nazionale.
Far pensare che votando sì avremmo protetto da subito l’ambiente è stato un azzardo politico sbagliato e un errore strategico, frutto di motivazioni altre dal quesito più politiche e partitiche.
C’è da sperare che “vincitori” e “vinti” si rendano conto di questo piccolo nocciolo della questione e che i problemi concreti vengano affrontati senza stupide partigianerie e ripicche e soprattutto nell’interesse di un paese che deve avere certezze energetiche e costi della bolletta nazionale sopportabili e capaci di mantenere e rafforzare la crescita economica e l’occupazione!

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