Quesito
di Roberto Mostarda

Non è la prima e, fortunatamente in democrazia non sarà l’ultima, volta nella quale i cittadini sono chiamati ad esprimersi su un queṡito referendario. Pur inflazionato e utilizzato per finalità che spesso avevano poco a che fare con la possibilità coerente e consapevole dei cittadini di esprimersi su argomenti estremamente specialistici, il referendum resta comunque uno strumento di democrazia diretta che un paese democratico non può non comprendere tra gli strumenti a diposizione dei cittadini.
Quesito, dunque, deriva dal latino quaesitum, dal verbo quaerĕre che indica l’atto di «chiedere e interrogare». Nell’uso comune si definisce come quesito soltanto la domanda o questione la cui soluzione implichi un certo impegno logico o morale. Pensiamo ad esempio a un quesito di matematica, di algebra, di fisica, di filosofia. Ancora si osserva, un quesito si pone, si propone, si scioglie o si risolve.
Un quesito può essere sottile, facile, difficile. Di più può essere amministrativo, procedurale, e via dicendo.
Il significato che ci interessa è quello di quesito riferito all’uso del referendum. In questo senso si sommano in certo senso gli altri valori indicati. Indubitabile che in caso di voto referendario, la spinta dei proponenti i quesiti da sottoporre abbia un immediato significato e valore politico. Sia infatti locale, settoriale, dedicata a questioni apparentemente lontane o vicine, la richiesta dell’opinione dei cittadini assume sempre rilevanza politica. L’accoglimento dei quesiti da parte della magistratura preposta inerisce loro un valore che riguarda tutti e, dunque, manifesta in modo pieno e incontrovertibile il carattere politico che si ritiene di annettere al referendum.
Il valore più significativo è certamente quello che riguarda la possibilità di abrogare norme o parti di esse. Il punto più alto dell’esercizio referendario, quello che conferisce al cittadino che vota la capacità legislativa, pur se in senso negativo, cioè di eliminazione di norme. Altrettanto valore ha il referendum confermativo il cui significato legislativo è tuttavia sotteso al significato politico per il quale tale tipo di quesiti viene posto.
Certamente, il valore abrogativo del voto non può non far riflettere, soprattutto in relazione a qualcosa che i numerosi referendum tenutisi nel nostro paese sia a livello nazionale che locale hanno manifestato: l’estrema complessità dei quesiti che vengono posti sulla scheda in parallelo alla risposta che può essere solo un sì o un no!
Difficile dimenticare la semplificazione, la vulgata con la quale partiti, forze politiche o comitati ad hoc, hanno sottoposto al voto dei cittadini domande costituite da lunghissimi rimandi a norme, corollari, commi correlati, leggi, regolamenti e chi più ne ha più ne metta. Difficile non avere la sensazione netta di non comprendere appieno che cosa realmente significasse dire un sì oppure un no! Ricordiamo tutti il referendum sul nucleare, così opportunamente definito semplicisticamente. Nessuno rammenta però quale fosse il quesito realmente posto ai cittadini e neppure che solo per decisione politica il nostro paese lasciò quella strada di produzione energetica. Non certo per il quesito.
Nessuno vuole ovviamente rimpiangere la sconfitta di quelli che venivano definiti allora nuclearisti, ma legittima è la riflessione su che cosa esattamente venisse chiesto ai cittadini. Ancora non è semplice ricordare le occasioni nelle quali la logica diceva di votare sì e il quesito posto per ottenere il risultato auspicato da detta logica richiedesse invece di esprimersi con un no.
Il referendum è o dovrebbe essere una cosa seria! Porre una domanda come quella alla quale dovranno rispondere i cittadini sulle prospezioni e trivellazioni petrolifere in alto mare è certamente legittimo e persino logico per difendere comunque il nostro habitat. Ma questo dato teorico e pratico non può essere disgiunto da altri che riguardano le scelte energetiche del paese, nessuna delle quali è a costo zero come ben sappiamo pagando le bollette, i problemi occupazioni di dette scelte, la fattibilità e i risultati concreti di ogni alternativa che si vagheggia e si vuole privilegiare.
Se poi aggiungiamo che l’occasione del voto sembra anche colta al volo da quanti pensano vincendo il referendum di poter attaccare e indebolire il governo nazionale, abbiamo un’altra chiave di lettura: il referendum usato per rese dei conti o pareggi dei conti destinati ad altre cause e ad altri problemi. In sostanza, come usava dire molti anni fa, siamo di fronte ad una strumentalizzazione del quesito e del referendum, per fini politici che con esso hanno ben poco a che vedere.
La nostra pur matura democrazia, non sembra ancora aver raggiunto il livello necessario a far si che ai cittadini vengano poste domande chiare e leggibili, e non forniti soltanto facili passpartout per dire sì o no a qualcosa. Non siamo al rischiatutto, ma all’esercizio di uno strumento che è la sostanza primaria della democrazia rappresentativa: il voto. E dunque rispettare questo semplice assunto permetterebbe di evitare il suo scempio, al quale come in altre occasioni deprecabili, stiamo assistendo!

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