Resa (dei conti)
di Roberto Mostarda

Il termine che abbiamo scelto, pur composto, si manifesta con una pluralità di significati e in campi tra loro molto distanti. E’ in buona sostanza un vocabolo omnibus potremmo dire, che assume valori differenziati se non contrapposti a seconda dell’uso e del contesto.
Il senso comune riporta al significato principale e più di immediata recezione: quello dell’azione, del fatto di arrendersi, come cessazione di ogni resistenza di fronte al nemico: anche in senso figurato, si riferisce a chi vince in qualche occasione la resistenza di altri imponendogli la propria volontà.
L’altro grande filone di significato è quello che indica l’atto e il fatto di rendere, di restituire, cosa avuta in consegna o comunque sia dovuta ad altri. Così si parla di restituzione all’editore da parte del giornalaio o del libraio delle copie non vendute di un giornale o di un libro perché il valore di esse venga detratto dal conto: ossia la resa dell’invenduto o semplicemente resa. Nei trasporti ferroviarî ma anche in quelli marittimi, la riconsegna nel luogo di destinazione, al destinatario o a suo legittimo rappresentante, delle cose trasportate o anche il tempo massimo entro il quale deve avvenire tale consegna, diversamente calcolato secondo che si tratti di spedizione a grande o a piccola velocità, o di servizî cumulativi.
Ancora, nel linguaggio amministrativo si parla di resa dei conti intendendo il rendiconto di spese fatte per conto di altri; ampliando questo significato si parla anche di rendere conto del proprio operato: in latino si riscontra l’efficace espressione “redde rationem”, ossia dare conto o ragione di qualche cosa.
Resa può anche indicare l’utile economico, la prestazione o il servizio, che una cosa dà o fornisce. In chimica, è il rapporto percentuale tra la quantità di prodotto effettivamente ottenuta nel processo e la quantità teorica calcolata nell’ipotesi di completa trasformazione dei reagenti. Nell’industria tessile, la percentuale di fibra naturale utilizzabile che rimane dopo avere sottoposto un certo quantitativo di materia prima ad alcune operazioni preliminari; se si parla di agraria, per resa o rendimento si intende quello di una coltura, ossia il risultato di una relazione tra la produttività e la resistenza alle avversità ambientali, ossia tra la capacità di una pianta di utilizzare al massimo le disponibilità ambientali, e quindi di dare un prodotto notevole in condizioni favorevoli, e l’attitudine a svilupparsi anche in condizioni fisiche e biologiche poco favorevoli.

Il significato che ci interessa è certamente quello che emerge, nel contesto amministrativo, ma sviluppandolo in direzione politica in senso ampio, non soltanto come governo della politeia, ma piuttosto nel complesso esplicarsi dei rapporti tra forze politiche  o all’interno di esse.
Ecco allora che basta un’occhiata per accorgersi che nel linguaggio quotidiano della politica nazionale, si parla sempre di resa dei conti. Ne parlano i leader nei confronti dei contestatori e dei critici, le minoranze nei confronti delle maggioranze. Si potrebbe sostenere con un buon tasso di precisione che la resa dei conti sia la cifra politica attuale. Solo che la pratica analisi ci dice anche che sembra trattarsi di un processo, di un work in progress se non addirittura di una costante, del modo di essere stesso del fare politica in Italia. Un significato lontano dal nucleo della politica in senso antico, cioè governo, composizione degli interessi, bilanciamento delle diverse posizioni e via dialogando.
Anche perché quel che caratterizza la politica nazionale negli ultimi decenni, sembra essere una ineluttabile, necessitata, urgente, salvifica resa de conti che dopo il crollo dei blocchi della guerra fredda, dovrebbe ripulire lo scenario consegnandoci un paese nuovo, emendato dalle scorie del passato, pronto per l’avvenire.
Pia illusione. L’assenza di grandi strutture valoriali, di principi condivisi e di sforzi di coniugare e comporre le diversità, ha prodotto e continua a produrre soltanto scontri sempre più duri e senza quartiere che, mentre si verificano però, mostrano tutto il loro vero valore: l’inutilità sostanziale per i problemi da affrontare e le soluzioni da trovare. L’accavallarsi di una continua resa dei conti tra parti dello stesso ambito politico o nei confronti di avversari (meglio dire nemici) rischia di trasformarsi in un processo circolare e all’infinito, senza alcun emergere di punti positivi, di soluzione.
Quanto accade nel Pd, per fare l’esempio più clamoroso, ma discorso simile si può fare per il centro destra e persino per i cinque stelle, sta lì a dimostrare che l’assenza di vera e autorevole leadership porta allo scontro suicida tra esponenti che vorrebbero elidersi tra di loro ma senza un chiaro scenario del perché questo debba avvenire.
Forse sollevare lo sguardo dal proprio ombelico potrebbe far comprendere come una politica così intesa sia inutile e dannosa per i cittadini e per il paese e che i problemi da affrontare e risolvere richiedono un’analisi e una prassi capaci di trovare risposte condivise. Risolvere un problema come quello delle buche a Roma, per fare l’esempio più misero ma simbolico, non richiede la soluzione della crisi interna dei partiti in Campidoglio, ma semplicemente la burocratica e amministrativa applicazione di norme e istituti comprensibili a tutti. In sostanza le buche vanno riempite e l’asfalto riposizionato in modo permanente e sicuro. In questo non vi è scelta politica, visione ideale, confronto sui grandi sistemi, ma solo la soluzione concreta di un problema concreto e ineludibile.
Fuori dall’esempio, occorre abbandonare l’estenuante pratica della dialettica ideologica per ogni gesto e azione e dedicarsi alle cose da fare.
Per la politica e la resa dei conti fra posizioni differenti c’è sempre tempo. E soprattutto più che alla resa dei conti sarebbe opportuno pensare alla composizione delle diversità.
Un’ultima considerazione: di resa dei conti in resa dei conti, come nella scomposizione dei neutrini, il risultato finale potrebbe essere l’annichilimento totale, il nulla. Prospettiva non certo esaltante. Anche perché le famose e simboliche buche sarebbero sempre lì a ricordarci che stiamo perdendo tempo, denaro e pazienza di chi attende soluzioni e ne affida la realizzazione attraverso il voto!

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