Guerra
di Roberto Mostarda

Tutti sono contrari, tutti vogliono evitarla, ma se ne parla sempre e sempre di più! Parliamo di guerra, una parola che sembra non perdere ma la sua tragica attualità. Con il termine si indica in generale il fenomeno collettivo che ha il suo tratto distintivo nella violenza armata posta in essere fra gruppi organizzati. Osserva anche il dizionario che “le trasformazioni cui è stata soggetta la guerra tradizionale nel 20° secolo vanno portando a un profondo ripensamento di tutte le categorie con le quali tradizionalmente gli studiosi delle varie discipline hanno affrontato il tema, le sue cause, la sua legittimità, il suo contesto, il rapporto con la politica e i possibili modi per costruire la pace attraverso il diritto e le organizzazioni internazionali”.
Nel suo significato tradizionale la guerra è un conflitto armato tra due o più comunità politiche in vario modo strutturate e sovrane (città-Stato, imperi, Stati) che si svolge secondo una precisa linea di demarcazione tra ‘interno’ ed ‘esterno’. In quanto tale si parla di guerra tra Stati per distinguerla da quella civile, che coinvolge gruppi appartenenti a una medesima entità politica, dalla guerra coloniale e da quella di liberazione nazionale, in cui si confrontano in modo asimmetrico attori politici e militari di natura diversa, e da altre forme di violenza organizzata, come il terrorismo. La guerra è però da sempre uno degli strumenti cui i gruppi umani fanno da sempre ricorso, di regola in ultima istanza, per risolvere le proprie controversie e realizzare i propri fini.
Il tipo classico ha avuto le sue più significative espressioni negli innumerevoli conflitti che hanno costellato l’età moderna e contemporanea e sono culminate nei due conflitti mondiali del Novecento. Strettamente legata alla vicenda dello Stato moderno, questa forma di guerra ha conosciuto imponenti mutamenti nel corso dei secoli, “i quali in ultima analisi hanno trasformato quelle ‘limitate’ dell’età moderna nelle ‘assolute’ o ‘totali’ dell’età contemporanea, in cui si è fatto un uso di armi sempre più sofisticate e distruttive, e dove hanno combattuto eserciti di popolo e non più solo o prevalentemente di professionisti, nel quadro di un crescente coinvolgimento dei civili nell’evento bellico; in cui, infine, le logiche tradizionali della politica di potenza si sono sposate con le retoriche di massa della nazione e dello Stato nazionale, del nazionalismo e dell’imperialismo. Dopo il secondo conflitto mondiale si è aperta una nuova fase nella storia con l’avvento della contrapposizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica e tra i loro rispettivi blocchi. Le prospettive si sono sganciate dall’orizzonte tradizionale dello Stato-nazione per svilupparsi in una dimensione sovranazionale o transnazionale. Tra il 1989 e il 1991, la caduta dei comunismi e dell’URRS ha suscitato l’illusione che il mondo si stesse avviando verso un’era di progressiva pacificazione e che la guerra stesse diventando in qualche modo ‘obsoleta’. La serie pressoché ininterrotta di conflitti che ha segnato gli anni 1990 e i primi del 21° sec., oltre a dimostrare il contrario, ha evidenziato anche che i tradizionali conflitti tra Stati – già in declino nell’epoca bipolare – stanno cedendo il passo a nuove forme di conflittualità che non hanno più il proprio attore essenziale nello Stato, progressivamente eroso nella sua sovranità dai processi di globalizzazione. Per arrivare ad altre forme di violenza organizzata e che si alimentano alle retoriche vecchie e nuove del nazionalismo etnico, del fondamentalismo religioso o dello scontro delle civiltà.
Il diritto di ricorrere alla guerra ha costituito per secoli una manifestazione della sovranità statale. Le varie teorie sul bellum iustum che si sono succedute nelle diverse epoche storiche non ne mettevano in discussione la legittimità giuridica, ma il carattere ‘giusto’ o ‘ingiusto’, e sono definitivamente tramontate nel 19° secolo con l’affermarsi del positivismo giuridico che, fondandosi sul diritto effettivamente osservato in una società, ha evidenziato che gli Stati consideravano sempre legittimo il ricorso alla guerra.
Tale situazione ha cominciato a modificarsi dopo il conflitto del 1915-18, quando sono stati adottati i primi trattati internazionali che hanno stabilito limitazioni al ricorso ad essa come mezzo per la composizione dei conflitti e la soluzione delle controversie internazionali. La creazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, nel 1945, ha segnato un punto di svolta al riguardo; nella Carta dell’ONU, infatti, non solo è vietato l’uso unilaterale della forza armata, quindi la guerra. ma anche la semplice minaccia dell’uso della forza ad eccezione delle azioni collettive militari intraprese dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dell’esercizio della legittima difesa individuale e collettiva da parte degli Stati privati dello ius ad bellum contemplato dal diritto internazionale classico.
Così si è arrivati al divieto del ricorso ad essa affermato in Dichiarazioni di principi adottate dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, quali la Dichiarazione del 1970 sulle relazioni amichevoli e la cooperazione tra gli Stati, la Dichiarazione sulla definizione di aggressione contenuta nella risoluzione 3314 (XXIX) del 1974 e la Dichiarazione delle Nazioni Unite sul rafforzamento dell’efficacia del principio del non ricorso alla minaccia o all’uso della forza nelle relazioni internazionali, annessa alla risoluzione 42/22 del 1987. Oggi la dottrina prevalente riconosce che il divieto del ricorso alla guerra nelle relazioni internazionali è contemplato da una norma imperativa del diritto internazionale e che, in particolare, l’attacco armato contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di uno Stato da parte di un altro Stato costituisce un crimine contro la pace.
L’esplosione di fenomeni terroristici, il tentativo di creare forme di stato fondate su ideologie terroristiche sta ora mettendo fortemente alla prova l’equilibrio internazionale e le regole che abbiamo indicato proprio per la mutata realtà delle situazioni e l’imprevedibilità dei possibili scenari. Una condizione che richiede al più presto un’evoluzione della giurisprudenza internazionale e del sistema dei trattati che hanno cercato con grande difficoltà e con molti insuccessi sinora di impedire l’utilizzo e il moltiplicarsi nel mondo di focolai e situazioni che si possono senz’altro definire di guerra!

Stampa

Italian Media s.r.l. - via del Babuino 107, Roma, c.a.p. 00187, p.IVA 09099241003, edita il settimanale Italiani con registrazione al Tribunale di Roma n. 158/2013 del 25.06.2013 - email: info@italianmedia.eu

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.
Questo sito usa i cookie per migliorare la tua esperienza d'uso e usa cookie di terze parti. Proseguendo nella navigazione si presta implicitamente il consenso all’utilizzo di questi strumenti. Si rimanda alla nostra privacy policy per maggiori informazioni e per la possibilità di negare il consenso.