Ospedale
di Roberto Mostarda

La parola vien dal latino hospitale, ossia il neutro sostantivato dell’aggettivo hospitalis. Come facilmente si comprende indica il valore dell’accoglienza. Nei tempi antichi indicava un «alloggio per forestieri» e in genere un asilo, un ricovero per poveri o per anziani, e anche un brefotrofio destinato cioè all’infanzia abbandonata. Dal valore di ospitalità e soprattutto dalla sua evoluzione in termini di assistenza pian piano anche medica, il termine ha finito con l’indicare l’edificio, o un complesso di edifici, destinato all’assistenza sanitaria dei cittadini, e quindi adeguatamente attrezzato per il ricovero, il mantenimento e le cure, sia cliniche sia chirurgiche, di ammalati e feriti. Per estensione, il luogo dell’assistenza e della cura si è poi ampliato ai treni, alle navi definite appunto navi o treni “ospedale”.
L'origine di ricoveri per infermi – osserva l’enciclopedia - appare collegata al determinismo della vita sociale, “ed è possibile dimostrarne l'esistenza nell'età precristiana quantunque risulti evidente il loro carattere sporadico e la diversa concezione etica in rapporto alle istituzioni che il cristianesimo diffuse dappertutto largamente”. Dal Mahavamsa, cronaca singalese, si ha notizia d'un ospedale eretto da Pandukābhayo, re di Ceylon, circa l'anno 437 a. C.. Gli indiani avevano ospedali non soltanto per gli uomini, ma altresì per gli animali. Presso gli Egiziani nei templi d'Iside e di Serapide, presso i Greci e i Romani nei santuarî di Esculapio, o asclepiei, esistevano locali, talora vasti e bene attrezzati, per accogliere quei malati che dai sogni o da altri indizî ricevuti ivi dormendo speravano di trovare giovamento alle loro infermità.
Una pratica denominata incubatio, non escludeva l'applicazione d'una medicina empirica da parte dei sacerdoti. Gli asclepiei erano situati in luoghi ameni, frequentemente in vista del mare o dei fiumi, e provvisti abbondantemente d'acqua; ad alcuni di questi templi erano annesse palestre destinate a rinvigorire gli ammalati cronici o convalescenti mediante esercizî ginnastici, bagni, frizioni. In questi luoghi in progresso di tempo si formarono vere scuole di medicina. In Grecia, almeno fino dal secolo VI a. C., i medici incaricati della cura gratuita disponevano nella propria abitazione di una stanza, iatreo (ἰατρεῖον), per le visite, le operazioni e, occorrendo, per il ricovero temporaneo dei pazienti. Gli iatrei più frequentati, come quello situato al Pireo di cui fa cenno Eschine, funzionavano anche da scuole cliniche. Lo iatreo dei Greci imitato nel mondo romano fu denominato medicina. I legionarî negli accampamenti avevano infermerie proprie, costituite per lo più da un corridoio disposto attorno a un cortile centrale, come si desume dai risultati di scavi.
Veri stabilimenti ospedalieri furono creati dai seguaci dell'Islām. Come primo esempio del genere gli annalisti arabi citano la fondazione sorta nel 707 per merito del califfo al-Walīd I. Al Cairo egli istituì un ospedale, sorvegliato da medici, e ne assicurò i proventi; ordinò l'isolamento dei lebbrosi e provvide alla sorte dei ciechi. Nel secolo IX presso la grande moschea della medesima città esisteva una poliambulanza aperta nei giorni festivi, e un ospedale con sezioni distinte per uomini, donne e altresì per i pazienti con problemi mentali. Non sarà inutile ricordare che gli Spagnoli giunti per la prima volta nella Città di Messico, identificarono a breve distanza il villaggio di Culhuacán, assegnato a dimora di veterani invalidi, bisognosi di cure.
Un piccolo e incompleto percorso storico, per dimostrare però come il concetto di ricovero per i malati o per coloro che necessitano comunque di cure, interventi chirurgici e altre pratiche sanitarie e di assistenza, non solo fa parte della storia dell’umanità e del suo procedere verso la civiltà, ma ne identifica il cammino nel solco dei valori di solidarietà e di aiuto e sostegno a chi soffre o ha bisogno.
Fa dunque orrore quanto avvenuto nei giorni scorsi in Siria dove bombardamenti aerei hanno completamente distrutto un ospedale di emergenza di Medici senza frontiere nella zona di Idlib contesa dal governo centrale di Damasco alle milizie che si oppongono al regime. Non è la prima volta e purtroppo non sarà l’ultima. Come non sarà l’ultima volta che ci sia scambio di accuse sulle responsabilità nel tentativo di schivarle. Ormai è lungo e in aumento l’elenco dei luoghi dove si interviene per curare che vengono fatti oggetto di attacchi mirati o comunque difficilmente definibili casuali (penosa la giustificazione di “errori”) in molti teatri di guerre e guerriglie in giro per il globo.
Ma attaccare chi aiuta e cura chi soffre, anche nelle atrocità della guerra, è qualcosa di inaudito e inaccettabile. Una mostruosità da sempre condannata anche da chi si combatte e che nel corso dei secoli ha visto esempi mirabili di solidarietà e pietas. Ancor più inaccettabile appare colpire strutture dove si trovano civili, anziani, donne, bambini feriti e malati, sovente con la scusa che potrebbero essere rifugi per il nemico.
Le grandi organizzazioni sanitarie internazionali, come la Croce rossa, la Mezzaluna e tante altre simili, sono nate e si sono sviluppate negli eventi bellici divenendo sempre più un punto di riferimento, un faro nella barbarie, il cui intervento è stato garantito – pur nelle comprensibili difficoltà – nei teatri di scontro.
Quel che è accaduto a Idlib e in tanti altri casi, oltre  a misurare in negativo la violenza che gli uomini esprimono contro gli altri uomini, sta mostrando un altro agghiacciante risvolto: il deteriorarsi, l’imbarbarirsi dell’umanità afflitta dalle divisioni, da odi inveterati, da violenze senza limite. Il secolo scorso, nella sua atroce testimonianza di orrore di due guerre mondiali e dell’Olocausto, aveva lasciato una sorta di garanzia: il valore della solidarietà umana pur nel mezzo della negazione della civiltà. Oggi tutto questo sembra perduto, un passo indietro tra i molti, verso una sorta di medioevo prossimo venturo. Una prospettiva alla quale occorre opporsi con ogni strumento di conoscenza e di civiltà pena la cancellazione stessa dei valori della nostra umanità.

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