Rispetto
di Roberto Mostarda

I giorni passati hanno portato all’attenzione una parola che oltreché desueta nell’uso comune sembra sempre avere interpretazioni discordi e ampiamente negative. Chi parla infatti più di rispetto ai giorni nostri, chi a questo concetto si richiama sovente viene indicato come un residuato del passato o ancora ad un termine in uso presso forme associative non propriamente al passo con la civiltà giuridica e non. Diciamo in sostanza che rispetto non è una parola moderna o modernamente intesa.
A farci riflettere è quanto avvenuto ai massimi livelli dell’Unione Europea e tra questi e l’Italia. La scorsa settimana infatti è stata segnata dalla richiesta forte di rispetto da parte del presidente della Commissione Juncker nei confronti del governo del nostro paese e dalla replica dello stesso tenore da parte del premier Renzi che ha aggiunto, nella migliore tradizione politica, un “non ci faremo certo intimidire”.
Per capirne di più innanzitutto proviamo ad affrontare il significato di questa parola. Rispetto, dunque (anticamente anche respetto) è come spesso accade un sostantivo che deriva dal termine latino respĕctus nel senso di «guardare all’indietro, in sostanza al profilo completo della persona e dunque anche come conferma di stima, di apprezzamento.
Nel suo senso attivo, rispetto indica il sentimento e l’atteggiamento di riguardo, di stima e di deferenza, devota e spesso affettuosa, verso una persona: i genitori, le persone anziane, superiori gerarchici. O ancora con riferimento a istituzioni civili o religiose o alle cose che le simboleggiano: l’autorità dello stato, una religione, la bandiera nazionale, e via dicendo. Evoluzione di questo significato anche l’azione del rispettare, quale manifestazione concreta di tale sentimento con atti o con parole e ovviamente anche l’opposto negativo come mancanza di rispetto. Tra gli atti vi possono essere il saluto rispettoso, l’ossequio, o formule di sostenuta deferenza ormai sentite però come pedantesche o fuori luogo, con il ché siamo alla sostanziale desuetudine di cui sopra.
Il sentimento relativo è quello che porta a riconoscere i diritti, il decoro, la dignità e la personalità stessa di qualcuno, e quindi ad astenersi da ogni manifestazione che possa offenderli, il comportarsi in modo da non offendere il proprio onore, la propria dignità e personalità; vi è anche l’accezione negativa che ricordavamo come persona di riguardo, che è tenuta in molta considerazione come nel gergo della mafia, dove uomini di rispetto sono appunto, in senso ampio, i mafiosi.
Il termine si attaglia poi anche al rispetto della natura, degli animali, delle piante, o indica l’osservanza, l’esecuzione fedele e attenta di un ordine, di una regola, di una norma o di una prescrizione.
Ricordiamo poi con il dizionario che la parola indica un componimento poetico popolare per canto, di carattere amoroso (scritto cioè in omaggio o «rispetto» della persona amata), sorto in Toscana alla fine del medioevo e diffusosi quindi in gran parte dell’Italia.
Dunque, il rispetto. Dovrebbe essere elemento caratterizzante i rapporti tra le persone, le istituzioni, le formazioni sociali e via discorrendo. Tratto distintivo di un sistema dove le parti in causa si considerano degne di esso e dunque su piano di uguaglianza non solo formale ma sostanziale.
Quanto accaduto nei giorni passati, le richieste di rispetto di Juncker e di Renzi, naturalmente riferite per l’uno all’Unione Europea e per l’altro all’Italia, fanno trasparire il deteriorarsi del tessuto comune. Il nostro paese è tra i fondatori e tuttora tra i maggiori contributori delle istituzioni comuni che si trovano a Bruxelles. Ora la dura reprimenda del presidente della Commissione nei confronti del premier italiano ha provocato una cesura netta con il “rispetto” dovuto alla diplomazia, trascinando le istituzioni e chi le rappresenta in un contenzioso quanto meno irrituale e personalizzato. Mai nel passato abbiamo assistito a tanto e da entrambe le parti.
La sensazione forte è che abbiamo assistito ad uno di quei passaggi della storia recente, nel quale si è incrinato un metodo e si sta passando da un accordo sempre necessario e quasi unanime tra i paesi membri, ad una atteggiamento più politico in senso stretto dove una sorta di maggioranza si oppone a una sorta di minoranza. Meccanismi ancora inconsueti nella diplomazia comune, ma reali per la spinta di alcuni paesi che si ritengono a torto virtuosi nei confronti di altri diciamo così “birichini”! Ossia un nord e un sud in senso metaforico che speravamo uscito dalle teste prima ancora che dalle consuetudini in un’Europa che si trova alle prese con la tragedia dei migranti e quindi dinanzi a sfide di solidarietà in quanto tale nei confronti di coloro che lasciano casa e famiglia per cercare altrove, da noi, un futuro sempre più difficile anche dalle nostre parti.
Ecco, dunque, che sotto sotto, quanto accade dimostra un pericoloso arretramento del significato fondante dell’unità europea e un riaffacciarsi di egoismi, particolarismi nazionali, di maestri e maestrine che devono bacchettare alunni discoli o inclini alle marachelle! Uno spettacolo triste che mostra anche la distanza siderale dai problemi reali anche se lo si ammanta di richiami agli impegni e alle regole sovente elusi con destrezza gabellando diversità ontologiche tra le parti che la realtà ha mostrato in tutta la loro insussistenza.
E non va dimenticato che al di là del presidente Juncker e del premier Renzi, a livello diplomatico quale quello nel quale si muovono ancora le istituzioni di Bruxelles, vi sono i popoli, la loro storia, le loro difficoltà ed emergenze dovute al tempo attuale, alle complessità del passato e alle attese del futuro.
Dunque se “rispetto” si deve esso va dato alla gente d’Europa, di questo o quel paese non importa, e sarebbe opportuno che le beghe personalizzate e di cortile, la primazia in questo o in quello, lasciassero il passo ad un confronto ben più alto sul cui sfondo vi è non solo la realizzazione compiuta dell’Europa, ma anche l’equilibrio e la solidarietà tra i popoli che, poi, in ultima analisi hanno anche la parola ultima nelle scelte. Gli euroscetticismi non si battono con le ripicche, ma con decisioni all’altezza dei problemi e nell’interesse delle nazioni tra loro partner. L’integrazione tra i popoli europei è molto più forte di quanto non appaia, nazionalismi e particolarismi rallentano il cammino ma non posso impedirla perché è nella storia da costruire e perché senza di essa non solo saremo più soli, ma anche più deboli e non in condizioni di affrontare il mondo che non aspetta certamente le discussioni tra “le comari di Bruxelles”!

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