Bestemmia
di Roberto Mostarda

Le polemiche montano, i giudizi anche, le richieste di accertare le responsabilità si moltiplicano e, come sempre, si chiede la testa di qualcuno, come se non bastassero le immagini orribili dei boia dell’Isis o di quelli statali di Riad o di Teheran. Ovviamente non si tratta in questo caso di pena di morte ma di trovare il capro espiatorio di uno scivolone inaccettabile ed evitabile. I toni salgono, si annunciano audit interni, decisioni severe.
Parliamo della bestemmia, questa la parola, andata in video sui testi degli sms che dovevano manifestare la simpatia e la gioia per l’anno nuovo, nel corso della diretta di Raiuno (o la differita considerando l’apertura del nuovo anno anticipata di un minuto!!) della notte di Capodanno.
Intanto, cerchiamo di capire che cosa vuole indicare il termine. Bestémmia è un sostantivo femminile che deriva dal tardo latino blasphēmia, a sua volta direttamente legato al greco βλασϕημία. Il termine poi si trasforma (ma il significato profondo rimane) in bestemmia, appunto. In primo luogo, indica un’espressione ingiuriosa e irriverente contro Dio e i santi e le cose sacre: bestemmiare ad esempio è un parlare oltraggioso contra il Signore, ed è direttamente contrario alla lode divina (Segneri) riporta il dizionario. O ancora si usa, dire, tirare una bestemmia, In letteratura è “proferir” bestemmie. Si parla poi del vizio della bestemmia o di espressioni che fanno rabbrividire o in iperboleche fanno tremar la terra. La teologia cattolica distingue quella ereticale, quando contenga cose contrarie alla fede, quella semplice, costituita da mera ingiuria, ancora quella imperativa se esprima desiderio di un male a Dio; e inoltre  immediata, rivolta a Dio direttamente, e mediata, contro la Vergine, i santi, le cose sacre.
Allargando lo sguardo e per estensione, la parola serve anche a definire l’ingiuria, o l’espressione offensiva contro persone o cose a cui è dovuta riverenza. Ancora si parla di imprecazione, termine che indica qualcosa di contrario alla preghiera.
Al di fuori del perimetro religioso si definisce bestemmia un giudizio gravemente erroneo, un’affermazione sconveniente, un grosso sproposito, si pensi anche ad eresia): “non diciamo bestemmie, via!; Manzoni è un uomo grandissimo, ma non tutto quel che si crede, e troppo grossa bestemmia proferì quando esortava a lasciare i classici” osservava Carducci.
Si usa poi in maniera peggiorativa la parola bestemmiàccia; poco comune invece il diminutivo bestemmiuccia, come anche l’accrescitivo bestemmione con cui si indica una bestemmia particolarmente volgare o violenta.
L’episodio accaduto sulla rete del servizio pubblico, però, fotografa una più profonda e deteriore realtà. Ed è nella spiegazione data dallo stesso autore venuto allo scoperto. Era nervoso per problemi suoi e infastidito dai botti di festeggiamento che facevano abbaiare nervosamente il suo cane. Ecco, qui, nella sua disarmante e assurda semplicità, l’humus nel quale oggi germina la bestemmia.
Siamo ben lontani dunque dal confronto aspro e contro la divinità. Giuste le reazioni di condanna, le sensibilità ferite di chi crede e non accetta offese al divino. Ma sia consentito osservare che di tutto questo, in questo episodio non c’è nulla.
Basta infatti camminare per strada, in una qualsiasi città, ascoltando le espressioni dei giovani e giovanissimi, ragazzi e ragazze, per sentire la bestemmia come intercalare privo di senso ma non di significato. Chi la usa, infatti, sa che il suo valore è negativo e dispregiativo, ma sarebbe erroneo pensare che dietro si nasconda qualcosa di religioso tout court. Il mix esplosivo è fatto di noncuranza dei termini, di sfottò contro chi vuol parlare in modo educato, di moda, per scandalizzare e farsi notare. Siamo circondati da bestemmie, lanciate con noncuranza perché ci si fa male a un dito, perché un amico ti acciacca un piede, perché si è scaricato il cellulare o il laptop, perché la ragazza alla quale guardi con interesse ti sberleffa e via degenerando!
E poi, quando la bestemmia è scappata, si chiede scusa come se fosse tutto risolto. Anzi il chiedere scusa dimostra la consapevolezza di un uso distorto delle parole e di impiegare termini ingiuriosi della sensibilità di qualcuno prima ancora che di un essere superiore per il quale vale certamente il detto “i ragli d’asino non arrivano in cielo” (con buona pace del mansueto quadrupede del tutto ignaro)!
Quindi, l’episodio è certamente grave, grave soprattutto per quel che è successo sulla tv pubblica che spesso si cerca di definire diversa da quella commerciale, la condanna ovvia e necessaria, le responsabilità anche alte da accertare e sanzionare. Ma evitando di mettere in mezzo questioni religiose o rapporti tra Stato e Chiesa.
In questa vicenda e nel suo substrato siamo molto lontani da riflessioni così elevate. Siamo nell’alveo malmostoso della maleducazione eretta a comportamento quotidiano, nella distanza che la cattiva educazione di padri e madri ha creato in figli spesso lasciati a crescere senza guida. Di un sistema sociale e anche religioso che dimentica spesso, dietro le grandi parole, la sostanza quotidiana del formare. Una divaricazione della quale la bestemmia inutile partita da un giovane qualunque mostra la profondità e la negatività. Ben sapendo che molte sono le “bestemmie” e le “eresie” che sentiamo intorno a noi e sui temi più vari e sulle quali sarebbe il caso di usare lo stesso tono di rimprovero e di severità che si vede apparire in questi frangenti certo degni di miglior causa!

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