La necessità di una politica nuova e consapevole

Un destino comune dopo Parigi
di Roberto Mostarda

Il 13 novembre si allontana, quello che viene indicato come l’11 settembre francese ed europeo diviene lentamente una orribile e tragica pagina storica, ma il segno agghiacciante che esso ha lasciato nella società del vecchio continente così come i sentimenti laceranti delle famiglie, delle comunità, della nostra umana convivenza, non debbono divenire storia. Essi sono il bagaglio con il quale dobbiamo guardare avanti per costruire, meglio ricostruire le basi di una conciliazione tra gli uomini, di un rispetto reciproco fatto di tolleranza, reciproca comprensione e garanzia di libertà politica e religiosa nella cornice delle istituzioni e delle costituzioni che sono il Valore assoluto dell’Europa quale vogliamo che sia.
In queste pagine si parla anche del clima, della riunione Cop 21 a Parigi e della necessità per il mondo di cooperare unito per salvare il pianeta, arrestarne il degrado. Un altro luogo nel quale l’Europa forte dei passi avanti di questi decenni come anche delle criticità che non ha risolto, dovrebbe far sentire la sua voce forte e chiara, assumendo responsabilità ma rifiutando condanne storiche. Sarà questa la volta buona?  Qualche dubbio esiste, come anche la sensazione che il particolare, il nazionale, tenda sempre a condizionare ed impedire, invece di essere una ricchezza. Solo che oggi è chiaro che il destino comune si persegue solo se si evita di fare i furbi, di gettare nell’“orto del vicino” quel che non ci serve come se avessimo una milione di terre invece che la sola dove abitiamo.
Se dall’Europa ci spostiamo a casa nostra, il quadro non roseo, se possibile, si ammanta di tinte fosche, tanta è la divisione e la confusione che avvolgono la nostra politica, la nostra società.
E’ siderale la distanza delle parole che si colgono intorno a noi prima ancora che sulla bocca di qualche politico e la realtà con la quale ci dobbiamo confrontare. Forte è sempre la convinzione che il problema ambientale sia qualcosa di passeggero che con una toppa qui e un rattoppo là, si superi e si torni non si sa a quale buon tempo antico.
Dare forza a simili posizioni è non solo stolto, ma pericoloso. Quanto sta accadendo sul pianeta, i segnali che esso ci manda sempre più frequenti e più duri non permettono più di fare melina. Le decisioni vanno prese subito, senza tentennamenti ed è bene far comprendere che le crisi alle quali siamo abituati si aggraveranno proprio per la “rivolta” in corso della natura. E non è neppure saggio lanciare allarmi sconsiderati, far salire la temperatura delle coscienze e poi disinteressarsi delle conseguenze  sui comportamenti umani.
La nostra esperienza nazionale dimostra se possibile tutte queste facce. Il nostro paese risulta ai vertici della non augurabile scala delle morti conseguenza del degrado e dell’inquinamento. Tutto questo non nasce a caso, ma dalla lentezza con la quale abbiamo sempre affrontato le emergenze sotto i nostri occhi. Passata la festa (si perdoni il termine), gabbato lo santo. Superata la tragica esperienza dei dissesti, tutto torna come prima e quei lavori sacrosanti di messa in sicurezza entrano nel novero delle cose da fare “compatibilmente” con il bilancio economico e finanziario del paese.
Nulla di più assurdo. Il degrado del suolo, la dissennatezza del suo uso, l’inquinamento dell’aria e della terra (basti ricordare la Terra dei fuochi esempio limite ma non isolato) ci danno ogni giorno un segnale che è sempre troppo tardi per intervenire e rovesciare la tendenza.
Troppe le emergenze, si dice. Prima la crisi economica, poi il declino del sistema, poi la crisi sociale, ora il terrorismo. C’è sempre un motivo per rimandare, spostare a tempi migliori, minimizzare e via nascondendo sotto la sabbia. La natura però non facit saltus dicevano i latini e ci ripaga con la moneta che usiamo con lei. E potremmo dire che essa ci restituisce il “sopra saltus”, ossia ci fa pagare comunque e con gli interessi quello che manchiamo ogni giorno, in ogni luogo con le decisioni miopi e poco assennate.
Tutto si tiene, invece. La crisi sociale mondiale fatta di povertà, sottosviluppo, esasperazione, rivolta, terrorismo, nasce dagli squilibri del pianeta che provocano lotte, guerre distruzioni e devastazioni, poi migrazioni bibliche verso terre promesse sempre meno in grado di reggerne l’urto. Su tutto gli interessi non sempre limpidi di quanti sanno lucrare anche sulle tragedie e di questi è pieno il mondo non soltanto il nostro piccolo angolo visuale.
E’ sperabile, anche per le scelte della nostra politica, che ci si renda conto che il destino che abbiamo davanti è comune e non può essere che così! Non lo si esorcizza con romanticismi, revanscismi, nazionalismi, egoismi!

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