Senza nemico, che sinistra è?
di Roberto Mostarda

La vita politica nazionale è sempre più simile ad una commedia dell’arte. Ogni attore è primattore, ogni ruolo in commedia fa storia a sé! Ma nell’insieme assistiamo ad un avvolgersi e riavvolgersi di meccanismi che sembrano impedire un reale passo in avanti.
Come sempre partiamo da un’analisi sul partito di maggioranza e di governo: il Pd. Dopo annunci, proclami, addiii, commozioni, una pattuglia di esponenti della sinistra più a sinistra (Fassina, D’attorre e compagnia per intendersi) ha sciolto gli indugi e ha costituito gruppi parlamentari autonomi alla Camera e al Senato, insieme a Sel. Dopo anni di eclissi a sinistra del Pd, si torna a parlare di una “vera” sinistra, quella più simile alla vecchia sinistra comunista. Un gesto ormai necessario ma che nasce con la caratteristica distintiva del frazionismo: avere un nemico, non un avversario, ma un nemico contro cui combattere e tentare di abbatterlo. Lo strano è che stavolta tutto avviene in casa per così dire. E’ inevitabile ma scontato. Torna in auge la pattuglia di coloro che sanno, che capiscono cosa il paese chiede, ma solo il paese che fa della sinistra la sinistra: i lavoratori, per così dire. In un paese fatto di giovani precari a milioni, di esodati e di gente che lavora nei servizi e non più nelle fabbriche, i lavoratori hanno cambiato natura. Loro no! L’importante è continuare a declinare i mantra “rivoluzionari” adattandoli al nuovo!
Ora, ovviamente, attendono le moltitudini che arrivino per farsi guidare verso l’avvenire. Intanto, per non perdere né vizio né pelo, hanno trasferito sul premier del loro ex partito le caratteristiche del grande nemico ormai lontano nel tempo. Dunque Renzi come Berlusconi. Sembra tanto stupido quanto assurdo, ma per costoro è una convinzione necessitata: il nemico, appunto. Solo che con questo riflesso pavloviano continuano ad impedire ogni evoluzione positiva della politica a sinistra.
La scommessa è quella di condizionare governo e maggioranza da sinistra, impedendo derive liberiste (anche queste sono espressioni tanto ovvie quanto fruste) intercettando non la voglia di crescita e di benessere, ma soprattutto l’onda della protesta per un sistema che non è più legato allo stato che pensa a tutto, interviene su tutto, salva tutto. Dunque la palingenesi deve avvenire, come sempre, interpretando la protesta senza però trasformarla in positivo, altrimenti tutto sarebbe perduto!
La visuale di questa prospettiva politica è vecchia e non serve al paese, ma per quelli che la perseguono è l’unica via per ripercorrere sentieri “rivoluzionari” sino all’esasperazione.
Il primo ad accorgersene è stato l’ex segretario Bersani che ha bollato la scissione come inutile e controproducente. Il cambiamento deve avvenire nel partito e non contro, sottolinea e non da oggi il leader della minoranza interna. Ad ascoltarlo ora resta qualcuno in meno. Per il premier, invece, d’ora in poi avrà più tranquillità in casa e più turbolenza in Parlamento, dove dovrà mediare per assicurarsi i voti necessari alle riforme.
La sindrome del nemico, però, sembra attanagliare tutte le espressioni politiche nazionali. Per i Cinquestelle è un elemento ontologico: tutti i politici sono i nemici da mandare a casa e sostituire con i cittadini, unici in grado di cambiare il paese magari attraverso il web!
Nel centrodestra, intanto, la necessità di esistere porta con sé toni duri e di attacco frontale contro un “nemico”, altrimenti la rotta rischia di diventare definitiva. In prima linea sul fronte, per così dire, la Lega di Salvini. In gran spolvero elettorale il vecchio Carroccio sembra ormai essere alla guida dell’area una volta moderata. Ma toni e slogan denunciano una forte connotazione in direzione estremista. La ricerca è sempre diretta a trovare nemici da accusare di nefandezze, auspicando naturalmente un governo leghista o al più a guida leghista. Difficilmente però da questo humus può nascere una leadership per un centrodestra moderato e in grado di tornare maggioranza nel paese. Il vero nodo è Forza Italia o quello che di essa rimane, con un ex cavaliere ormai gregario e le cui parole d’ordine appaiono purtroppo datate e non più entusiasmanti.
In conclusione, un paese che non si libera della sindrome del nemico continuerà sempre ad avere una palla al piede pur dinanzi a ogni tentativo di sviluppo, di crescita non soltanto economica, ma soprattutto sociale e civile!

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