La sindrome di… Giulio Cesare
di Roberto Mostarda

Si usa dire che quanto accade a Milano, accade poi anche nel resto del Paese sia in termini positivi che meno. I giorni che stiamo vivendo e la grave crisi che ha investito Roma sembrano confermare questo assunto sostituendo però la capitale alla città ambrosiana. Lo scoppio dello scandalo madre di mafia capitale e quelli ad esso connessi stanno assumendo per le caratteristiche e le conseguenze un peso tale da investire o comunque mettere in forte tensione anche il governo nazionale. La vicenda delle dimissioni del sindaco Marino ha provocato sconquasso nel tessuto del partito democratico e per estensione fibrillazioni nell’esecutivo.
Che Roma non abbia un governo locale non è cosa di poco conto. Non è soltanto una grande metropoli, ma la capitale politica e istituzionale del Paese, il luogo della diplomazia, la sede del Papato. Dunque il suo declino, le sue difficoltà sono sempre foriere di guasti e criticità più ampie. Trovare dunque una soluzione alla crisi determinatasi in Campidoglio non è solo questione locale, ma nazionale. Ed è bene che il premier e il governo lo tengano ben chiaro. Se la città andrà, come è ovvio, ad elezioni anticipate potrebbe costituire il primo caso di un’amministrazione a guida Cinquestelle. Ed anche il laboratorio per altri esperimenti politici a sinistra nel Pd e del Pd (come dimostrano le attenzioni di Sel)! Una situazione dunque di rilievo altissimo e dalle potenzialità, inimmaginabili per ora, in termini più generali.
Desta allora un senso di inadeguatezza e di assurdità la vicenda che ha visto protagonista il sindaco dimissionario (ma non troppo!) e quindi dimissionato. Scomodando Karl Marx potremmo dire che la Storia si ripete due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa. Se la prima parte è avvenuta non solo per responsabilità del sindaco (ma anche di quanti lo hanno preceduto) ora rischiamo la seconda.
L’ex primo cittadino sembra aver assunto il compito, a quanto appare, di distruggere ogni residua credibilità di un ruolo come quello di amministratore della capitale e di mettere in crisi definitiva la politica cittadina. Le sue dimissioni con riserva, il suo snocciolare i giorni che lo separavano dalla definitiva operatività del suo gesto indicandoli come altrettanti momenti nei quali poteva maturare la decisione di ripensarci, e poi il loro ritiro con la richiesta di chiarimento in aula e la sfiducia infine, hanno gettato nel caos il sistema di governo cittadino e soprattutto nel ridicolo il senso stesso dell’alto ufficio del quale la città avrebbe bisogno con l’incipiente giubileo e con gli enormi problemi che la città manifesta in ogni aspetto della quotidianità e non si risolvono certo con la pedonalizzazione di strade fuori dal contesto generale o con la realizzazione di corsie riservate ai ciclisti che poi non le possono usare per i rischi alla sicurezza personale. “Non vi deluderò” l’ultima frase, l’ultimo mantra davanti ai suoi sostenitori che lo incitavano a restare, come se Roma fosse “cosa loro” e non di tutti i cittadini che soli possono decidere. Il governo della città non è una questione personale del sindaco, sfiduciato dal suo partito e inviso alle opposizioni, ma una cosa seria che riguarda i romani e tutto il paese che guarda con apprensione alla capitale e a quello che vi accade.
Mai come in questa circostanza si è giunti così in basso nella considerazione della città e delle sue emergenze, da piegarle alle scelte snocciolate dal suo ex sindaco in cerca di autoesaltazione ritenendosi l’unico in grado di guidarla. Dicevamo della farsa ed è quello che è accaduto davanti ai nostri occhi, rendendo ancora più triste e penosa la crisi che attanaglia la città e che pretende ben altre decisioni e assunzioni di responsabilità. Quando Marino ha accusato un solo mandante e 26 esecutori, che lo avrebbero “accoltellato”, quasi si immedesimasse in Giulio Cesare, ha superato persino se stesso. Quando dopo aver più volte accusato i partiti e le giunte precedenti di aver ridotto in un luogo infame l’aula del Consiglio comunale, l’ha definita tempio della democrazia nel momento in cui chiedeva il “chiarimento” che poi lo ha mandato a casa, ha offeso ancora una volta la città e i suoi abitanti.
Ecco perché tra le priorità del premier e del governo, accanto alle riforme istituzionali, del Senato ed elettorale, alle misure economiche per ridare slancio al sistema paese e farlo ripartire (molti indicatori anche internazionali indicano fiducia in questo senso), alle criticità come quelle della corruzione e del malaffare che portano con sé la necessità di una riforma organica e seria del sistema giustizia, vi è anche quella che riguarda la capitale del Paese. Una priorità che è politica, sociale, economica, amministrativa e culturale. E la cui soluzione non può essere lasciata a sé stessa. La nomina di un commissario da parte del governo, dopo mesi di esitazioni e balbettii del pd romano per arrivare a sfiduciare l’ex primo cittadino, è un primo, necessario passo per cominciare a voltare pagina. A meno di non voler capovolgere la frase che abbiamo ricordato: che la cronaca romana ridotta a farsa possa ripetersi, ma questa volta in tragedia, morale soprattutto, per l’intero Paese!

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