Il sindaco Ignazio Marino, appena eletto, ringrazia gli elettori. Foto: Giorgio Castore

La battaglia di Roma
di Roberto Mostarda

Fossimo ai tempi di Nerone, vedremmo ombre disperate agitarsi con sullo sfondo le fiamme che distruggono la capitale dell’impero. Oggi, più prosaicamente, non ci sono fiamme vere, ma le ombre continuano ad agitarsi con uno sfondo di un degrado fatto di buche ovunque, asfalto dissestato, fogne inagibili, rifiuti accatastati, sporcizia incivile ad ogni angolo, servizi e trasporti a singhiozzo, ma inflazionata da corsie ciclabili anche dove di ciclisti non se ne è mai visto alcuno e non ne sono apparsi di recente. Eppure quella che fu la capitale del più grande e moderno impero dell’antichità, faro delle genti nel diritto, nel commercio, nella diplomazia, nella cultura e nelle arti, continua ad essere oggetto di desiderio e di potere.
Ecco, dunque, perché si torna a combattere una strenua e fatale “battaglia di Roma”, pietra angolare del Paese e del suo futuro sviluppo. Partiti, forze politiche, movimenti, sono tutti sul piede di guerra per un dopo difficile da scrivere e per un immediato segnato dal Giubileo straordinario. La sorte che in questi mesi, dagli sviluppi clamorosi dell’inchiesta su mafia capitale ai nostri giorni, ha svilito, attanagliato, deriso un’intera città che non merita tanto affronto, non deve essere quella di un paziente destinato alla cronicizzazione del proprio male e quindi all’assistenza. Roma deve scrollarsi di dosso – come nel corso dei millenni della sua storia – la patina indegna con la quale è stata ricoperta e rinascere ancora una volta.
La prima cosa da fare è scavare un solco preciso tra la città, i suoi abitanti, la comunità ancorché sparsa e frazionata nell’area metropolitana, e quel malmostoso strato di interessi, affari, intrallazzi, sempre e comunque all’insegna del disprezzo e del disinteresse per le regole, caratterizzato dal consueto “famose furbi”! Solo che di romanesco e romano in questa esortazione negativa, non resta molto. L’urbe, il caput mundi, ha sì accolto italiani e stranieri da ogni parte ma si è sempre disinteressata colpevolmente dal far rispettare loro la città, la sua storia, il suo valore mondiale. Ascoltando qualche sera fa in un servizio televisivo l’urlo troglodita di un abusivo dedito al commercio intorno al Colosseo nei confronti di una giornalista che aveva chiesto se avesse in regola i documenti (urlo condito di invettive contro la donna e arricchito da eleganti minacce del tipo “vattene se no’ te sfondo!”) si è toccato con mano che l’unico sistema in questo ambito è fare tabula rasa, far rispettare la legge non adesso perché un turista si lamenta del raggiro, ma ogni giorno, continuamente, ad ogni livello. Gli ambulanti contrassegnano da sempre il paesaggio romano, ma non è possibile che i loro camion nascondano le antichità o intralcino il cammino delle comitive e intasino il traffico urbano. La loro stragrande maggioranza è fatta di gente che lavora regolarmente e nulla ha a che vedere con il troglodita. Tuttavia anche ad essi va chiesto il rispetto della città e di chi la vive per lavoro, studio, svago e turismo. Di giorno e di notte!
Chi lavora nel trasporto pubblico deve ricordare che il proprio è un lavoro per la cittadinanza, non un esercizio di guida a proprio piacimento, i dirigenti delle aziende municipali invece di pensare al proprio portafoglio, dovrebbero tornare ad occuparsi in strada di quello che accade, avere i capelli dritti dinanzi ai guasti, alle disfunzioni quotidiane dei mezzi, delle linee, delle fermate. Allo “sport” del non pagare il biglietto sicuri che a meno di spot occasionali, nessuno controllerà il titolo di viaggio mancante. Se tutti pagassimo l’uso del trasporto pubblico, lo stato delle aziende sarebbe meno comatoso: ma siamo sicuri che il servizio migliorerebbe di conseguenza?
Abbiamo parlato delle strade, delle buche. Ebbene appena succede qualcosa di grave, solerti squadre inviate manu militari da solerti funzionari mettono dei veri e propri tappi sull’asfalto divelto, lo fanno anche random un po’ qui un po’ là! A volte eliminando la prova di un incidente. La sensazione del cittadino – oltre ai danni alle persone e alle macchine – è quella di essere preso in giro. Sarebbe interessante sapere il costo di questi interventi tampone e di quelli più duraturi come asfaltare intere strade. Si potrebbero avere interessanti sorprese, soprattutto perché il manto stradale non dovrebbe essere oggetto di appalti, gare o altro, ma servizio primario da eseguire in modo diretto, se esistessero ancora squadre comunali in grado di farlo.
Discorso analogo andrebbe fatto per rifiuti e sporcizia, manutenzione del verde, dove all’assenza dei servizi si aggiunge anche l’inciviltà di molti. A costoro andrebbe chiesto se sopporterebbero davanti al loro cancello quello che depositano davanti ai cancelli altrui o nei giardini e spazi verdi tramutati in discariche. Se i servizi funzionassero, molta inciviltà sarebbe contenuta e talvolta, magari, anche sanzionata.
Una semplice, carente fotografia, questa (che prescinde per dignità dal ruolo culturale, diplomatico, politico della città), di una realtà molto più grave accompagnata anche da sfiducia, rabbia e malcontento tali da far fare di tutta l’erba un fascio.
La battaglia di Roma, dunque, deve partire dalle piccole cose, dalla semplicità di una convivenza fatta di semplici gesti, semplici rispetti, semplici azioni, prima di pensare alle grandi e mirabolanti realizzazioni che guardano al terzo millennio.
Il panorama politico a fronte di queste scelte è tale da far “accapponare” la pelle! Devastato, dilaniato, disunito in preda a guerre intestine il Pd, esplosa come una supernova la galassia del centrodestra dove qualcuno pensa ancora di poter accusare gli altri dei propri guasti. Un deserto concettuale, una landa desolata dove rischiano come accadde alla fine dell’impero romano, di arrivare orde di “barbari” il cui intento sarebbe solo quello di impadronirsi del potere finalmente abbandonato dal fu impero sull’onda di parole d’ordine certo inedite, ma altrettanto velleitarie quanto le centinaia di chilometri di piste ciclabili, il propagandato e mai realizzato “grande raccordo anulare ciclistico”, lasciato in eredità dal sindaco Marino, insieme a fioriere e a strade pedonalizzate circondate dall’inferno!
La sensibilità e la saggezza dei cittadini romani – ancorché infuriati – speriamo sappiano cogliere tra le poche novità, quella che meglio potrebbe incarnare un tentativo di rinascita legato a filo doppio con la realtà più che all’insegna di slogan basati sul semplice mandiamoli a casa tutti tanto caro ai Cinquestelle, tanto per fare un esempio. O a quanti ancora pensano “in grande” per la capitale immaginando di realizzare nuove “nuvole” di Fuksas o simili cattedrali nel deserto, come accaduto alla nuova fiera, mentre la vita quotidiana si degrada e corrompe.
Una cosa è certa. Passata la stagione delle estati romane e della “cultura per tutti ma al livello più basso”, i cittadini non sono più disponibili a farsi prendere in giro con interventi che abbiano il sapore del “panem et circenses”!

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