Fatti non foste a viver … come bruti
di Roberto Mostarda

Il cammino delle riforme costituzionali, in un paese equilibrato e maturo, dovrebbe trasmettere ai cittadini la sensazione di un’evoluzione positiva nella quale tutti possano riconoscersi per partecipare in libertà e democrazia ai destini del paese.
E’ questa la fotografia di quanto abbiamo dinanzi agli occhi in queste settimane nelle quali sta entrando nel vivo il disegno del futuro Senato della Repubblica. Pacatamente e serenamente - ricalcando un’espressione usata da un noto conduttore televisivo – possiamo rispondere con un secco no!
Quel che si avverte, in modo palpabile, tra partiti, movimenti, persone del Palazzo è la pressoché totale mancanza di un elemento fondamentale: il senso dello Stato. Quel senso dello Stato e delle istituzioni che si rappresentano che dovrebbe conformare atti, atteggiamenti, scelte e comportamenti. Non si è lì per partecipare a liti di condominio o peggio a scontri tra tifosi. Si dovrebbe stare lì per contribuire a consegnare alla collettività nazionale un disegno omogeneo, equilibrato e coerente di quello che dovranno poi diventare le nuove istituzioni, più al passo con i tempi, più dedicate a favorire i cittadini e il loro agire che a porre divieti e limitazioni. Dovrebbe insomma trasparire la responsabilità e anche – potremmo osare – l’orgoglio di scrivere una pagina storica, come quella che vide nascere dalle ceneri della dittatura e della guerra, lo stato democratico.
Anche allora ci si batteva con retro pensieri, idee di paese profondamente differenti, ai limiti dello scontro anche violento, ma prevalse sempre il significato profondo di dover ricostruire un paese devastato e affidare ai suoi cittadini strumenti adeguati all’esercizio delle libertà riconquistate. Ogni egoismo si trasfuse nell’interesse comune.
Quello stesso senso storico dovrebbe trasparire oggi, dinanzi a una nazione profondamente segnata dalla crisi economica, disomogenea nella sua ricchezza e persino nella sua povertà, con ingiustizie così palesi e assurde da far impallidire eppure con potenzialità e improvvisi scatti di grandezza da inorgoglire.
E, invece, in quelle aule sembra svolgersi una battaglia tra impotenze, un confronto senza confronto, un’incapacità di entrare nel senso delle riforme, trincerati dietro a certezze cancellate dalla storia, egoismi ideologici, tentativi di revanscismi di vario tipo e ogni serie di bassezze corporative o interessi settoriali quando non di bassa lega.
Emblematico di questo “nonsense” il penoso episodio dei gesti osceni compiuti da due senatori nei confronti di una senatrice di opposta fazione politica anch’essa esagitata. Necessaria la condanna, opportuna la sospensione dei due. Ma quel che più lascia sgomenti è ben altro: che senso delle istituzioni appare in questo comportamento. Che cosa ritenevano di rappresentare i responsabili di quel gesto – purtroppo di livello assai più basso di tutte le bassezze che le aule parlamentari hanno ospitato nel corso dei decenni – quale concezione del loro essere lì e il perché del loro soggiornare tra gli scranni hanno pensato di manifestare? Non è neppure augurabile avere una risposta a questa domanda, potrebbe essere più oscena dello stesso interrogativo.
Nel dopo questa ennesima, ignobile pagina, che cosa resta? Tra montagne di emendamenti respinti, di accuse alla presidenza “liberticida” che strozza il dibattito, minacce di “canguri” o “gamberi” per rallentare, impedire, far saltare il banco, non si vede ancora bene la fine del tunnel. La maggioranza riesce a mantenersi tale e a far andare avanti l’approvazione di punti importanti della riforma, mentre intorno da ogni parte si manifesta una commedia dell’arte tragica, dove un codicillo viene brandito per “abbattere” un testo di legge, un emendamento si presenta per far scattare “ganasce” regolamentari che blocchino tutto. Una vera indecenza che richiama alla mente la frase dantesca del titolo: “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”. Che nel nostro caso sarebbe dare al Paese istituzioni nuove, stabili e rappresentative.
Fuori, nelle città, nelle strade, nei luoghi di lavoro gli italiani cercano di capire dove stiamo andando mentre cercano di riavviare quella ripresa che si annuncia sempre in arrivo, tirandosi su le maniche e facendo da soli o almeno provandoci. Speriamo che la risposta che riceveranno dal Palazzo sarà adeguata a dare concretezza, forza e linearità alla collettività nazionale per affrontare il futuro in un’Europa che ha bisogno di nuova linfa e di nuove energie per confermarsi quel luogo di democrazia, benessere e stabilità che avevano in mente i suoi fondatori! Ed esserne all’altezza.

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