Tra color che son sospesi…
di Roberto Mostarda

In queste giornate di fine settembre caratterizzate da grandi eventi internazionali come la visita del Papa nelle Americhe e il rinnovato impegno – almeno nelle intenzioni – a livello mondiale delle grandi potenze per affrontare definitivamente la minaccia dell’Isis con annessi tentativi di ripresa del dialogo tra Usa e Russia, risulta difficile capire che cosa accadrà in casa nostra, dal punto di vista politico e istituzionale.
Citando Dante Alighieri, nel secondo canto dell’Inferno, si potrebbe dire che gli italiani – in ben altre e più corpose faccende affaccendati – siano “tra color che son sospesi” nel senso della oggettiva difficoltà di raccapezzarsi, di capire che cosa accade e accadrà nelle nostre istituzioni con le riforme all’esame delle Camere e con una di esse che dovrà essere ridisegnata nel ruolo e nelle funzioni.
Sospesi implica la condizione di essere in attesa di qualcosa d'importante che ci riguarda direttamente, e in particolare una decisione, l'esito di un giudizio, di un verdetto e così via. Anche essere in uno stato d'incertezza, d'ansia, di apprensione e via dicendo. Ma anche, e allo stesso tempo, essere pieni di dubbi e perplessità riguardo una scelta, non sapere che decisione prendere, come se si fosse sospesi nel vuoto, senza punti di riferimento e privi di elementi adatti a scegliere la direzione da prendere.
E’ facile considerazione, dopo un’estate di attacchi, accuse, recriminazioni che hanno avvolto le anime del Pd, pensare che il domani sia ancora incerto e di complessa analisi. Spiragli sembrano essersi aperti dopo l’annunciata fermezza del premier nel perseguire con la sua maggioranza il raggiungimento delle riforme contro ogni ostruzionismo e strumentalità. Voci di dialogo sembrano apparire anche tra i più severi censori di ogni novità, ma non è dato sapere se si tratta di temporeggiamenti o di dati positivi e reali. Cosa che tuttavia si chiarirà a breve, al ritorno del premier dall’Assemblea dell’Onu e dagli altri impegni internazionali. Questo è almeno l’auspicio.
Ma siamo “sospesi” anche per altre ragioni. Se i Cinquestelle sono in bilico tra la lotta e il governo e incerti quale strada prendere (andrebbe loro ricordato il fondamentale moderatismo nazionale anche se condito di fiammate populiste) il vero nodo, almeno nel medio periodo è che cosa accadrà nell’area del centrodestra. Se l’ex cavaliere ha deciso di riprendere un ruolo attivo nelle sue truppe allo sbando e con decine di fuoriuscite, non è affatto chiaro quale tipo di “discesa o ridiscesa in campo” abbia in mente rammentando anche la non positività di “minestre riscaldate” come direbbe l’antico saggio. E’ la storia di questo paese – corretta in parte dalle disavventure giudiziarie anche costruite apposta per delegittimarlo – che sta limitando le fortune di una riedizione delle invenzioni berlusconiane. Resta invece la necessità di una chiamata all’impegno per una vasta area ondeggiante e senza guida. Il primo intoppo è però il leader della Lega che consapevole del trend in ascesa, non sempre per acute scelte politiche, più spesso per abili richiami alla pancia del possibile elettorato, vuole a tutti i costi essere il primo e il leader del futuro rassemblement di centro destra. Arduo pensare a una scelta condivisa, più sicura una forzata coabitazione in un sistema a due punte dove nessuno cederà terreno all’altro. Così, ovviamente, non si ricostruirà un’alleanza politica e strategica di ampio respiro ma un qualche risultato elettorale potrebbe arrivare.
Segno di questa situazione il perdere pezzi da parte di Forza Italia e il rafforzarsi non elettorale ma numerico, della pattuglia presente al centro fatta di resti di forze e gruppi precedenti tutti in questo momento tendenti a sorreggere governo e maggioranza anche se con mal di pancia e distinguo. Per loro il voto domani sarebbe la scomparsa, per il paese il rischio della ingovernabilità. Ecco perché, in attesa del nuovo centro destra molti di loro galleggiano al centro geografico. Potrebbe essere un’attesa non breve.
E’ soprattutto questa assenza, questo vuoto di rappresentanza che si somma alla crisi delle grandi forze sociali a porre qualche legittimo interrogativo sul risultato delle riforme in itinere, se cioè esse risponderanno alla esigenza sacrosanta di un paese moderno, con istituzioni efficienti e rappresentative oppure, come costume nazionale insegna, saranno sempre rattoppi provvisori di un sistema snaturato ma lontano da un disegno coerente. Con il rischio che si racchiude nell’ironico aforisma che potremmo indicare con l’espressione: “è peggio il tappo, che il foro da chiudere”!

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