"Il marchese del Grillo (Gasperino il carbonaio)" di … catturato personalmente da Luca Z.za. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikipedia - https://it.wikipedia.org/wiki/File:Il_marchese_del_Grillo_(Gasperino_il_carbonaio).PNG#/media/File:Il_marchese_del_Grillo_(Gasperino_il_carbonaio).PNG

L’era del marchese del Grillo
di Roberto Mostarda

C’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico in quanto avvenuto nel nostro paese lo scorso fine settimana: aerei a terra, trasporti locali paralizzati, scavi archeologici e musei bloccati da agitazioni a sorpresa.
Dal 2009 al 2014, mille scioperi all’anno, tre al giorno circa, in tutto il territorio nazionale. Se con la stessa costanza si fosse atteso al lavoro per il bene del Paese, saremmo ricchi e fuori dai rischi della crisi. Nessuno infatti ha mai pensato o voluto dare un senso economico alla perdita prodotta da questi atti, non sempre legati alla realtà di un settore economico, spesso motivati da esigenze di pochi, in spregio della volontà della maggioranza. Lontani i tempi poi in cui la parola sciopero incuteva timore reverenziale ai datori di lavoro, ai politici, agli amministratori. Come accaduto, sempre nel nostro immaginifico paese, con l’uso del referendum, l’inflazione ha prodotto l’annichilimento dello strumento, del suo valore, riducendolo a quel che vediamo: susseguirsi di azioni inconsulte, motivate da nulla concettuale e soprattutto legate ad egoistici interessi di gruppetti.
Lo spettacolo che ne deriva è desolante per chi ha a cuore le sorti del nostro paese, in un momento dove ogni sforzo dovrebbe essere teso a rafforzare le capacità produttive per il vantaggio di tutti. Non sembra invece esserci nessuna parola, nessun valore comune capace di creare coesione, solidarietà anche in presenza di qualche sacrificio. In sostanza quel senso di camminare insieme, perseguendo un fine comune del quale è chiaro il valore positivo per tutti: quel che accadde nel secondo dopoguerra e fece risorgere un paese devastato e non soltanto in senso materiale. Allora si superarono le differenze non da poco, per dare forza e autorevolezza al Paese in quanto tale.
Che cosa resta oggi di quella spinta ideale? Dire nulla è fare una valutazione ottimistica. Soprattutto per la parcellizzazione, la frammentazione, l’eclissi di ogni riferimento di valore, il prevalere di ogni egoismo possibile, insieme alla totale cecità sul futuro da costruire, comunque, necessariamente.
Uno sguardo alla situazione della capitale, ci trasmette in questo senso uno specchio distorto dell’intero Paese. Occorre infatti ricordare che Roma è da decenni luogo di arrivo, di lavoro, anche di crimine, di persone, gruppi, provenienti da ogni parte d’Italia. Vale a dire che nessuno può tirarsi fuori dinanzi al degrado, all’inciviltà percepibile ad ogni angolo di strada, che offendono la città, la sua antica grandezza e per la quale non esistono responsabilità di settore. Salvare Roma significa salvare l’intera nazione. Il prossimo Giubileo straordinario potrebbe essere un’occasione importante da cogliere ma, stando alle cronache, la situazione sembra essere quella dell’Expò, a tre mesi dall’inaugurazione: nessuno sembra occuparsene o capire appieno il significato di quanto accadrà. In questo quadro deprimente emerge poi lo sfascio della politica. Come per altre valutazioni, la politica della capitale non dovrebbe essere quella di un piccolo borgo e non dovremmo assistere al solipsismo del sindaco e alla cecità irrazionale delle forze politiche.
Il primo cittadino non è neppure paragonabile al comandante del Titanic, fermo sulla tolda in attesa della fine. E’ invece una persona – paradosso nel paradosso ma non tanto, che di romano non ha nulla – che ha deciso di impersonare il suo ruolo ad onta di ogni ragionamento, di ogni logica politica. Continua così a sfornare rinnovi di giunta, assessori su assessori, a spostare pedine, senza rendersi conto che il carro è andato oltre. E’ come se Napoleone, dinanzi alla sconfitta evidente a Waterloo, avesse continuato a nominare generali in sostituzione di altri e a mandare al massacro migliaia di soldati senza altro scopo che la propria esaltazione.
Di questa assurdità si rendono conto le forze politiche ma non sanno che pesci prendere! Per il Pd è la fine di un’epoca: quella della società civile che entra in politica, con la scelta di personalità esterne e lontane pur di ottenere l’appoggio degli elettori. Un azzardo che ha portato solo danni per la semplice considerazione dell’incredibile fascino che una politica pur corrotta esercita su chi ad essa si avvicina. Solo che ora mancano tutte le categorie dell’agire politico di una volta e dunque è assai difficile trovare la quadra. Esempio simile e anch’esso devastante quello del presidente della Regione Siciliana.
A poco sembrano servire le promesse di rinnovamento del premier e segretario del partito, costretto però a proseguire il suo cammino tra rovine morali e materiali del paese che ha promesso di far rinascere.
Discorso simile, con le cautele e le differenze del caso per le altre forze politiche e per ragioni speculari. Il centrodestra ha governato e governa in alcune aree, ma ne ha perse molte altre per scandali e per un uso personalistico del potere. Per i Cinquestelle vale il discorso degli esterni, della società civile: gli esempi davanti agli occhi non danno alcuna speranza ragionevole.
L’amara considerazione è che in un momento dirimente tra passato e futuro, in Italia (discorso simile sembra potersi fare per altri versi anche in Europa), nel quale sarebbe necessario avere una leadership politica sicura, preveggente, capaci di scelte coraggiose e se necessario dirompenti, anche a scapito del proprio tornaconto personale o di partito, ci troviamo invece ad avare una serie di figure che richiamano il simpatico ma certamente non accettabile personaggio immortalato dal grande Alberto Sordi: il marchese del Grillo, con il corollario della sua filosofica convinzione  “io so’ io e voi nun siete …”. Un po’ poco per sperare di riavviare la politica, l’economia e il Paese!

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