Riforme, promesse, ritardi e veleni
di Roberto Mostarda

Non passa giorno in cui non è difficile constatare come un’evoluzione positiva della nostra vita politica e sociale sia ancora lontana dall’arrivare. Non esiste campo di interesse, questione da affrontare che non faccia i conti con vecchi sistemi di pensiero, povertà di soluzioni, onnipresente invasività di prefiche e guru degni di miglior causa.
Siamo cioè sempre di fronte alla statica e ormai maleodorante incapacità di trovare soluzioni nuove, senza rifarsi a vecchi schemi, vecchi slogan, consunte parole d’ordine che non scaldano più i cuori e neppure le menti ma servono per far melina e non affrontare la realtà.
Ultimo esempio, questa settimana, il nuovo patto con gli italiani proposto da Renzi all’assemblea del pd, fatto di riduzione delle tasse, soprattutto sulle prime case e di un nuovo approccio ai problemi quotidiani, per riavviare i famosi meccanismi della ripresa. Proposte velleitarie, azzardate? Si parla della legge di stabilità a settembre quindi lo sapremo presto. Ma intanto guardiamo il nonsense, la pochezza di riflesso condizionato che si è massa in moto. Mentre dal suo buen ritiro in Costa Smeralda (“ci sono gente che soffrono, diceva un comico qualche anno fa”) il guru dei Cinquestelle lancia accuse, proclami a rompere tutto, senza proporre alcunché di sensato, è sugli altri fronti politici che siamo messi male, molto male.
A sinistra il tarlo più pesante e in termini prospettici più rischioso per il cammino di qualunque riforma. Non è la prima volta ma è scattato nuovamente il riflesso anticavaliere (o ex ormai). Parla come Berlusconi, la frase d’obbligo per essere a la page nella minoranza pd e nel mare minimum dei frammenti a sinistra come fassininani (nel senso di Fassina) e civatiani. Propone cose non di sinistra, l’altro motivo conduttore che dovrebbe costituire se non una pietra tombale, sicuramente un deterrente per il confronto parlamentare. E qui eccellono gli epigoni di Sel e tutte le sfumature di rosso che si possono immaginare: contro i lavoratori, contro il sindacato, tutto sembra derivare dalle affermazioni propagandistiche forse un po’ guascone del premier.
Se dalla sinistra ci spostiamo sul centrodestra, lo sconforto cresce. Qui sembra che l’unica voce sia quella di Brunetta che con abili circonvoluzioni e non volute capacità comiche continua a criticare ogni cosa, senza analizzarla, perché tanto non conviene. Silenzio, invece, o parole laconiche dall’ex cavaliere e leader sempre più sfumato di un’area che non c’è: quando ho provato a farlo io mi hanno fatto fuori e amarcord di contorno. Nessuna proposta ma adesione a quella del premier (è sulla nostra linea, ma quale?) nella malcelata convinzione che tanto non gli permetteranno di farlo ma al tempo stesso con la pericolosa sensazione: e se ci riuscisse?
Più sicumera lumbard, intanto, nel leader della Lega Salvini. Non ce la farà mai, siamo solo noi a dire qualcosa di nuovo e con noi dovrà fare i conti quando avremo riunito il centrodestra. Ma se ce la facesse?
Per vari motivi, insomma, destra e sinistra guardano al premier sperando che le sue riforme non arrivino in porto e che tutto quello che viene indicato rimanga una pia illusione.
Manca ovviamente qualcosa. Il senso dello stato, delle istituzioni, del bene del paese o comune che dir si voglia, che dovrebbe spingere a sciogliere i nodi, a far ripartire la macchina inceppata e rallentata. Interpretando i segni innegabili di volontà dei cittadini e i timidi ma costanti indici economici in salita.
Ma sarebbe impresa poco produttiva, cercare quei valori comuni! Forse il caldo sta facendo venire fuori il peggio! Non resta che sperare nei primi refoli di fresco per vedere se qualcosa cambia! La speranza, si sa, è sempre l’ultima a lasciare il campo!

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