Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, partecipa a Trento al 10° Festival dell’Economia. Immagine da video http://www.governo.it/Presidente/AudioVisivi/dettaglio.asp?d=78630

Spinte propulsive e freni corporativi
di Roberto Mostarda

Il cammino delle riforme, e quello collegato del governo, dopo le amministrative ha posto una serie di interrogativi importanti per il futuro e per la stabilizzazione di una crescita ancora incespicante e debole. E ha chiarito, se mai fosse possibile, lo stato del sentimento nazionale dinanzi a mutamenti non soltanto necessari, ma improrogabili, come corruzione, inefficienze, problemi contingenti come l’immigrazione, mostrano ogni girono in modo inequivocabile.
Un cammino che deve essere gestito dalla politica, non può essere delegato soltanto al sistema giudiziario che cura il bubbone conclamato ma non può creare le condizioni di esercizio normale.
Ebbene. Il risultato del voto pone in evidenza alcune cose. In primo luogo, l’astensione altissima (un elettore su due) manifesta in modo plastico la disaffezione del paese rispetto a metodi, azioni, scelte, che continuano sostanzialmente a far perdere tempo. Secondo, l’espressione attiva del voto, mantiene un primato al partito di governo che tuttavia ne esce ammaccato e sfibrato per problematiche interne non premia le opposizioni ma indica nella crescita leghista un problema di approccio alle questioni più delicate con il quale occorrerà fare i conti.
Il paese appare diviso ma questa volta una metà si pone alla finestra per protesta, l’altra metà ripropone molti degli elementi di confusione ai quali siamo purtroppo abituati. Il primo obiettivo deve essere dunque quello di recuperare i consensi di chi si è stancato di votare, subito dopo e in contemporanea, agire senza esitazioni per far ripartire l’economia e il paese nel suo insieme.
E qui, nascono i problemi. La spinta propulsiva del governo ha subito forti ridimensionamenti e questo non è certo positivo, hanno ripreso forza opposizioni interne al Pd o, comunque, per evitare l’implosione Renzi è costretto a trattare non avendo altre sponde politiche praticabili in modo razionale. Per il centrodestra il cammino è lungo e complesso soprattutto per ragioni di futura leadership. Per i Cinquestelle siamo ancora ai prodromi di qualcosa che non riesce a nascere ma che bacchetta e condanna tutto e tutti (e i fatti, ovviamente, sembrano dare ragione a questo manicheismo di maniera).
Il nodo, dunque, è sempre nel campo del centrosinistra. Il premier e la sua parte del Pd hanno chiaro l’obiettivo, ma subiscono un forte ridimensionamento per una serie di azioni di deterrenza attiva e passiva poste in atto dall’opposizione interna e dal flirt che questa sembra nutrire nei confronti dell’ormai famoso nuovo soggetto di sinistra (una syryza o un podemos de noantri) cioè la quintessenza dell’inconcludenza politico strategica, nutrita soltanto di slogan e di idee irrealizzate e irrealizzabili ma di indubbio fascino mediatico. Pensiamo per un attimo allo stato dell’istruzione del nostro paese. Tutti dicono che sia colpa del centrodestra, della Gelmini, ma il vero guasto nasce molto prima, nel prevalere di una visione ideologica ed egualitarista, laddove lo scopo della scuola e della formazione deve essere quello di far crescere, far studiare e sostenere i migliori senza lasciare indietro i meno dotati. Non si è fatto né l’una né l’altra cosa, ma ci si azzuffa sul preside-padrone proposto da Renzi come se dal ’68 ad oggi non fosse cambiato nulla. Uno spettacolo desolante a danno dei giovani e di chi vorrebbe studiare per crescere e non soltanto per protestare e scioperare (esercizio tafazziano ed autolesionistico per definizione).
In campo economico, il tentativo di sostenere le imprese conta un passo avanti e uno indietro senza rendersi conto che se l’economia non riparte la disoccupazione non si combatte e non bastano decreti per rianimarla. Il lavoro si crea, si costruisce e poi occorre mantenerlo con apposite misure di sostengo sociale, fiscale, organizzativo. Ma ogni tentativo di modificare, rendere più flessibile il sistema, si scontra con gli aut aut, gli anatemi e le condanne di chi pensa che nulla deve cambiare, anche se il sistema di riferimento ha fatto tilt da tempo e i primi a rendersene conto sono stati i lavoratori che con intelligenza prospettica hanno spesso contrattato nuovi modelli di rapporto sindacale, allontanandosi da durezze e rigidità ideologiche dei sindacati tradizionali o di almeno parte di essi. E proprio la parte più retriva, la meno capace di sintonizzarsi sulla realtà, si trova tra la minoranza pd e l’area di sinistra fuori di esso. Un’area che è stata la palla la piede per un Pd di governo nei decenni trascorsi e che rischia ora di esserlo per ogni tentativo di governare il paese, richiamandosi a “magnifiche sorti e progressive” che la storia ha superato e condannato e la cui pratica applicazione ci ha portato dove ci troviamo ora: in un paese se possiamo dire in “via di desertificazione” economico. Produttiva se non si invertirà la tendenza attuale.
L’equivoco nasce dall’incapacità di comprendere che per mantenere i diritti acquisiti occorre favorire e rafforzare il sistema economico, altrimenti si verte soltanto su forme di assistenzialismo che indeboliscono irrimediabilmente il complesso paese. D’altra parte è evidente anche a imprenditori e produttori, che se gli stipendi sono di sussistenza, nessun aumento dei consumi sarà possibile e nessun circolo virtuoso si metterà in moto.
Ecco perché ogni freno corporativo, di settore, impatta su tutto il resto e spegne ogni spinta propulsiva. Mentre il momento richiede per tutti, tirar su le maniche della camicia e tornare a mettere le mani in pasta, nessuno escluso!

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