Roma, sede della Corte costituzionale. Foto: Giorgio Castore

Ma la legge è uguale per tutti?

Teoria e pratica della …relatività
di Roberto Mostarda

I testi di legge, i documenti programmatici, i decreti del governo, ogni atto dell’amministrazione pubblica sono zeppi, infarciti di una miriade incontrollabile di riferimenti normativi, di agganci a norme, codici, paragrafi, commi, elenchi. Sovente dinanzi ad un provvedimento che si esplica in quattro righe (del tipo “si dispone quanto segue…) abbiamo quattro o più pagine di espressioni del tipo “visti gli articoli della legge “x” in combinato disposto con quanto previsto dal decreto legislativo “y”, in attuazione del decreto legge “z” e via così…!
La sensazione è che ci si trovi in una ragnatela capace di prevedere tutto, il contrario di tutto, e di non lasciare nulla al caso. Sentimento giusto: assolutamente no!
Se formalmente tutto questo ha un senso, nella sostanza ci si rende conto di come l’applicazione di quelle quattro righe possa essere inficiata, impedita, contrastata, sulla base di quelle stesse norme che ne dovrebbero esserne fondamento.
Fatta le legge, trovato l’inganno, recita un antico proverbio, nel senso che quando si fa una regola c’è sempre qualcuno che trova il modo per evitarla. Ora quello che ci accade sotto gli occhi, non riguarda il fellone che vuole violare la legge, ma lo stesso sistema legislativo e politico e questo ci appare francamente un po’ più grave.
La legiferazione italiana e la pratica amministrativa appaiono sempre più come l’esaltazione dei principi della “teoria della relatività” formulata da Albert Einstein.
Nulla è come sembra, tutto è modificabile, le vie della modifica sono come una rotatoria, possono provenire da chissà dove e andare chissà dove. A questa regola non si sottrae nessuno.
L’ultimo esempio è la sentenza della Corte Costituzionale sul caso pensioni/legge Fornero, ma se ne potrebbero citare una ulteriore miriade dello stesso tenore. Cosa accade, dunque! Semplicemente che la pronuncia della Consulta che elimina un vulnus alla libertà e ai diritti dei cittadini, viene attaccata, criticata e si cerca in tutti i modi di “relativizzarla”. E’ accaduto per centinaia di norme, di leggi nel tempo, ma sino ad ora la sacralità del “giudice delle leggi” aveva impedito una deriva come quella alla quale assistiamo!
In primis, le decisioni di bloccare l’indicizzazione delle pensioni e di chiedere un contributo di solidarietà a quelle più alte, pur apparendo sensate sotto il profilo politico e dei conti pubblici, ha costituito e costituisce una violazione dei diritti acquisiti da milioni di cittadini. Va poi detto che la possibilità di ottenere benefici per i conti pubblici e aggiustamenti del sistema con il riequilibrio tra trattamenti minimi e trattamenti alti, è nel migliore di casi un pannicello caldo. Naturalmente tra pensioni di centinaia di migliaia di euro e quelli di migliaia, la differenza c’è. Allora appare logico chiedere di più a chi ha di più. Il risultato potrebbe essere quello di spalmare qualche decina di euro sui trattamenti più bassi, stesso intento del blocco dell’indicizzazione dunque della perequazione. Perché i trattamenti superiori a dieci volte il minimo e quelli in questa soglia (si tratta in questo secondo caso soprattutto di posizioni derivanti da versamenti da lavoro dipendente, ancorché di qualifiche elevate), equivalgono a qualche migliaio i primi e qualche decina di migliaia i secondi, a fronte di decine di milioni di posizioni di quiescenza.
Dov’è il problema, dunque, si potrebbe osservare? E’ un problema di consenso politico e di sostanziale populismo in entrambi i casi.
Lasciando il caso specifico, torniamo però alla tesi iniziale.
Dunque, la Consulta statuisce in modo definitivo e con forza di legge che certe misure non sono più vigenti e si deve applicare la legge esistente che ne deriva o formulare nuove norme rispettose di essa. Le sentenze della Corte Costituzionale, si sa, non sono appellabili.
Che cosa accade allora? Semplice, si fa passare il concetto che forse i massimi magistrati della Repubblica possano aver sbagliato, preso fischi per fiaschi, e comunque non si siano resi conto dell’impatto della decisione sui conti pubblici appena varati. Tesi suggestiva se tutto non fosse ormai ridotto allo zero, virgola e, dunque, non si fosse costretti ad agire senza alti ideali o senza il rispetto dovuto. Quindi, secondo atto, si dovranno adottare misure eque, progressive, come detto dalla Consulta, ma ad usum delphini, ossia per far tornare i conti. Con un po’ di populismo che non guasta mai (addosso ai ricchi, patrimoniali e via dicendo), facendo passare per privilegiati pensionati che ricevono quanto hanno versato e dunque sono perfettamente nei loro diritti. Con un po’ di cerchiobottismo: chiediamo a tutti di mettersi una mano sulla coscienza, l’opinione pubblica non può che essere d’accordo, ma a pagare dovranno essere soprattutto coloro che possono farlo. Una vasta congerie di amenità che indurrebbero al sorriso, se non ci ponessero dinanzi ad un interrogativo strutturale: la legge è uguale per tutti, recita la Costituzione, si legge dietro le spalle dei giudici.
Allora perché essa deve essere “più uguale” per alcuni e per far passare questo principio si arriva addirittura a inficiare il valore delle pronunce della Consulta? Nessuno è perfetto, certo, ma se si mette in discussione il richiamo alto della Consulta ai principi fondanti della nostra convivenza, allora non resta che una realtà: quella della relatività appunto. Ma non nel senso della legge cosmica che comunque regola il nostro esistere nell’universo. In quello invece del tutto è relativo, e facciamo come ci pare.
Uno sguardo a quello che nei decenni si è verificato in termini di leggi, referendum pur legittimi, leggi fatte, poi inapplicate, poi cancellate, poi contraddette, non resta con profonda mestizia che ricordare che una volta il nostro paese, per la sua grande eredità classica, era definito la “culla del diritto”. Oggi potremmo parafrasare osservando che il diritto lo abbiamo soppresso “nella culla”!

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