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Non tutti hanno i titoli per farle

Sfide sulla pelle del Paese
di Roberto Mostarda

Si prova un misto di fastidio e di smarrimento dinanzi agli accadimenti del nostro panorama politico, mentre si consumano giorni e passaggi importanti per un dopo che sembra non arrivare mai!
Dunque, premier, governo e maggioranza hanno varato la nuova elegge elettorale per la Camera, primo tassello del futuro disegno istituzionale che dovrebbe contemplare un Senato non più elettivo ma rappresentativo dei corpi intermedi. Un passaggio ritenuto cruciale sulla strada delle riforme alla base del programma. Tutto bene dunque? Difficile rispondere positivamente. Sia perché si prevede un’efficacia “a futura memoria” della legge dal prossimo luglio 2016, sia perché drappelli di opposizioni chiedono al Quirinale di non firmare la legge e in subordine annunciano referendum abrogativi su un testo che peraltro non è in vigore.
Un pasticcio inestricabile che si mescola a continui rimandi alle elezioni che si dovrebbero tenere, alle dimissioni pretese di governo e maggioranza (chissà mai perché dovrebbero farlo sino a che sono tali) e ad un’opera diuturna di smontaggio di qualsiasi montaggio si tenti di fare in ogni campo. Questo mentre il Paese affronta con l’Expò di Milano una vetrina internazionale importantissima e viene visto di nuovo come un obiettivo di interesse nel mondo e di grandi investimenti internazionali.
Sembra quasi che esistano due Italie ormai scollegate tra di loro. Una, quella che si sforza di riavviare i meccanismi della ripresa, di rafforzare quel che sappiamo fare, promuovere iniziative, lavoro. Dall’altra, un melting pot di inefficienze, di tentativi di bloccare qualsiasi evoluzione in una cupio dissolvi autolesionista e che rischia di essere rovina per tutti.
Non si comprende come si riesca a parlare ininterrottamente dei nodi da affrontare, si svisceri tutto lo scibile connesso ai cambiamenti, per poi impantanarsi in un balbettio insensato e, quel che è peggio, in una sorda lotta per gruppi, dove ognuno sostiene di avere le risposte giuste, le soluzioni auspicate e le vuole imporre come insostituibili. Mai che si assista ad una sintesi produttiva, saggia e lungimirante pur tra diverse visioni in vista del bene comune che dovrebbe essere l’unico traino.
La mente va all’ultima parte dei decenni “democristiani” dove si assisteva ad un confronto anche duro tra le diverse anime dell’allora balena bianca e ad una sostanziale incapacità di imprimere una spinta riformatrice. Oggi la Dc non esiste più, ma quanto avviene nel Pd tra ex popolari, ex comunisti ed ex degli ex, sembra ripetere quello schema. Così abbiamo un “partito del governo” che non guarda in apparenza in faccia a nessuno, e una miriade di opposizioni interne accomunate da un solo intento: impedire che quel programma venga attuato. Soltanto che le accuse di attentati alla democrazia e altre varie amenità che una volta il Pci lanciava contro la Dc, questa volta vedono protagoniste persone dello stesso partito che ormai appare una confusa confederazione senza più linea.
Quel che accade poi è una divaricazione generazionale tra rottamatori e rottamati. Con i primi animati da un sacro furore per abbattere resistenze e corporativismi e i secondi impegnati allo stremo per rafforzare resistenze e sostanziali corporativismi. Tutto sulle spalle del Paese, naturalmente, mentre le opposizioni non sanno bene cosa fare (le parole dei loro rappresentanti, ovvio, dicono altro tra accuse, critiche, minacce di sfracelli parlamentari e certezze incrollabili fondate spesso sui fallimenti del passato) e oscillano tra la speranza e il terrore di dover andare al voto.
Due Italie, dicevamo, che appaiono sempre più inconciliabili e che se mai si andasse ad elezioni potrebbero apparire in filigrana.
Vien da chiedersi, tuttavia, dinanzi al sostanziale sfascio politico-istituzionale, alla difficoltà crescente di rappresentanza politica, che senso abbia trincerarsi su posizioni sconfitte dalla storia recente, richiamandosi sempre alla lettura “autentica” dei principi costituzionali per impedire ogni cambiamento. Alzando steccati conditi di accuse di autoritarismo, attentati alla democrazia, ad ogni passo. Dove erano costoro nei decenni passati, tra bicamerali e commissioni sulle riforme, custodi dell’immobilismo e dell’inamovibilità? Un esercizio sterile che ci pone oggi dinanzi a problemi che dovevano essere affrontati tanto tempo fa, a soluzioni adottabili altrettanto tempo fa ma che nessuno ha mai voluto veramente affrontare. La corruzione profonda, le difficoltà in ogni ambito della vita civile sono figlie anche di questa congenita e colpevole incapacità di affrontare e risolvere qualcosa. I ritardi accumulati e che ci rendono lenti e pesanti come paese nascono proprio da questa irresponsabile incapacità di sciogliere nodi conosciuti, sbloccare meccanismi, superare resistenze, incrostazioni e dal continuare invece a far esplodere particolarismi, localismi, interessi particolari invece di quello generale.
Sfide, bracci di ferro, disfide a singolar tenzone, sembra ridotta a questo la vita politica nazionale. Una politica che se mai lo ha fatto in questi anni, non rappresenta più il paese per larga parte e che sembra più un’associazione di reduci di diversi fronti che continuano a perpetuare i loro scontri e le loro battaglie ormai superate. Tutto questo però avviene sulla pelle del Paese, dei suoi cittadini che ogni giorno cercano lumi, un’àncora alla quale agganciarsi per capire finalmente quale direzione prendere! Una direzione che ha un’unica certezza: il distacco progressivo da una siffatta politica!
Meditate dunque …o politici, meditate!

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