Il Presidente Napolitano lascia il Quirinale. Foto Quirinale

Un garante di tutti

Quirinale, la sfida della credibilità
di Roberto Mostarda

Il 14 gennaio per il nostro paese, resterà sempre una data storicamente significativa. Indicherà il giorno in cui si è conclusa una presidenza della Repubblica unica nel suo genere. Un capo dello Stato rieletto (cosa mai accaduta ancorché non impedita dalle norme costituzionali) per la seconda volta e che decide autonomamente la fine del suo incarico, dimettendosi per comprensibili e chiare ragioni legate all’esercizio della più alta magistratura nazionale. Non sono necessarie altre spiegazioni per delinearne la singolarità ed unicità, come abbiamo detto.
Dunque il presidente Napolitano, da oggi, è senatore a vita della Repubblica e le sue funzioni sono esercitate dal presidente del Senato sino alla nomina del suo successore, come prevede la Costituzione. Tutto normale, tutto tranquillo? Sia consentito avere qualche perplessità, non tanto sul succedersi degli atti e degli eventi, ma su quello che ci aspetta.
Si apre infatti un periodo, quello necessario alla elezione del nuovo capo dello Stato che pone una sfida suprema alla nostra collettività: quella della credibilità!
Non vi è mai stato in passato - pur in fasi concitate e drammatiche – uno scenario complessivo così difficile soprattutto per la sua indeterminatezza.
Rispondere a questa sfida, portare al Colle una persona che abbia per tutti le caratteristiche richieste di garante, custode, artefice di crescita democratica, non sarà facile e appare quasi improbabile. A meno che non lo si riduca al solito balletto di nomi, accordi, accordicchi di sottobanco, baratti di varia natura.
Il nuovo presidente dovrà infatti essere capace di ricucire quel tessuto democratico che il suo predecessore ha tenuto insieme a prezzo altissimo e rafforzarne la trama e le strutture. Il tutto senza essere quel che la Costituzione non prevede, cioè un presidenzialista. Per avere questa connotazione il paese dovrebbe modificare il suo assetto istituzionale e questo è un altro discorso. E’ innegabile tuttavia che le ultime presidenze e le supplenze da esse esercitate abbiano modificato e spostato l’ago del potere presidenziale e questo pone domande chiare che attendono risposte altrettanto chiare. Darle sarà segno di cambiamento nella direzione auspicata: quella di una collettività più coesa e che guarda avanti anziché alle divisioni ideologiche e settarie del passato.
Un cammino certamente complesso e arduo se guardiamo agli attori e al loro scopo ultimo ancorché recondito. Solo se prevarrà l’interesse primario dell’Italia, avremo una risposta all’altezza della sfida.
Una breve analisi ci darà qualche lume.
In primis abbiamo il Pd, il partito omnibus, cioè quella forza politica che sembra incarnare vasti strati maggioritari del paese. Una realtà, una finzione? Difficile capirlo, ma i dati elettorali possibili, quelli europei, dicono di sì, almeno in tendenza.
Per il Pd qual è l’interesse, quello di un presidente che sia espressione del renzismo o del suo opposto? Non è ancora chiaro. Chiaro è che una forza politica che vuole essere egemone deve muoversi garantendo che questa egemonia non divenga qualcosa di più rischioso. Le divisioni interne al Pd non fanno ben sperare e i precedenti all’avvento di Renzi non dicono molto di buono, al di là di nomi e persone! La sfida per il Pd è dunque quella di far salire al Colle un garante di tutti, tout court, come accadde ai tempi del Pci, dove il capo dello Stato doveva essere il garante del confronto democratico, senza manine o manone in medias res!
Per i Cinquestelle o quel che ne resta non si sa quale sia il senso della sfida, nella confusione generale dei ruoli, nell’eclisse dei guru che appaiono solo per cacciare, bandire, ostracizzare. Dunque quella che sembrava una promessa o una premessa politica nuova, appare un coacervo senza pilota e senza linea. Dunque la sfida per loro sarà quella di partecipare alla scelta, non per ipotecarla, ma per ottenere agibilità politica nel momento più delicato del paese.
Il centrodestra, come da tradizione, arriva all’elezione in ordine sparso e liberi tutti. Forza Italia e quel che resta del berlusconismo giocano una partita della vita e della sopravvivenza, nella necessità che il partito resista e superi il meriggio del leader salvando il messaggio di libertà e democrazia delle origini per fare da fulcro a un nuovo rassemblement che non sarà più solo creatura dell’ex cavaliere.
I piccoli da Udc a Ncd, giocano anche loro una sfida esiziale. Non essere travolti e cancellati dalle azioni dei più grandi attori del proscenio. Battaglia difficile nel quadro di quel patto del Nazareno che tutti evocano come conoscendolo e del quale alcuno sa qualcosa. Eguale destino riguarda gli altri piccoli del parlamento.
Dunque la sfida per il Quirinale non è soltanto una battaglia per il posto, ma una cartina di tornasole di quello che potrebbe essere il paese nel prossimo futuro. Una sfida non per lo scranno ma per la governabilità vera dell’Italia alle prese con la crisi economica e con una crisi sociale che da troppo tempo attende risposte serie e definitive alle emergenze e non soltanto ideologiche bagarre o scontri di interesse!

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