Il Presidente del Consiglio Renzi alla conferenza stampa di fine anno 2014. Fotogramma da Video Palazzo Chigi.

Fra giudizi e pregiudizi

Alibi in scadenza…
di Roberto Mostarda

Siamo giunti alla conclusione di un anno tra i più difficili di questi tre lustri del nuovo secolo/millennio e, certamente, quello nel quale più forte si è fatta la pressione della crisi economica e politica nazionale e i suoi risvolti sociali.
Incombono scelte fondamentali per la stessa struttura dello Stato come le riforme del Senato, l'abolizione delle province, la scelta di impostare sull'efficienza il pubblico servizio. E' in arrivo l'elezione del nuovo capo dello Stato se il presidente Napolitano lascerà il Quirinale come annunciato, dopo la conclusione del semestre di presidenza italiano dell'Unione Europea.
Su altri fronti la crisi economica sta spingendo alla riforma del lavoro e del welfare e alla razionalizzazione del sistema fiscale ormai una vera palla al piede per ogni ipotesi di crescita o sviluppo.
Quale parlamento e quale classe politica e sindacale stanno affrontando questi passaggi cruciali per impostare il futuro del paese? Non è come potrebbe sembrare, una domanda retorica e di prammatica. Soprattutto se partiamo dal presupposto che lo stato delle cose nazionali non nasce all'improvviso ma è frutto di un'azione e di un costume politico che nei decenni hanno prodotto molto del tessuto che ora ci ritroviamo a dover cambiare.
Per troppo tempo abbiamo assistito al vecchio refrain del cambiamento, del momento storico e della fase nuova, per troppo tempo politici di professione - ma non animati da passione politica, piuttosto ormai parte integrante del sistema – hanno rallentato, appesantito, modificato, reso inagibile ogni percorso riformatore, trincerandosi dietro ogni congerie di principi, sacri valori, barriere costituzionali, veti e divieti. Ogni passo è stato depotenziato in nome dell'equilibrio costituzionale, del rispetto della Costituzione e via dicendo. Con il risultato che abbiamo sotto gli occhi: un paese dove la rappresentanza politica è divenuta un puro simulacro, i partiti non sono più se stessi e non svolgono più la funzione a loro demandata, dove i sindacati tendono a farsi partiti e comunque cercano di condizionare parti interne alle forze politiche. Dove in sostanza ogni attore non esercita più la propria funzione e dove ognuno prova invece a svolgere quella altrui.
E accade che nel momento in cui la sinistra italiana, erede del Pci e della Dc – lo strano coacervo che ha dato vita all'Ulivo, all'Unione e al Pd – raggiunge una presenza numerica parlamentare mai registrata in passato, le divisioni endemiche, correntizie si sarebbe detto una volta, i distinguo e in buona sostanza il vero conservatorismo, diventano esponenziali e cercano di mettere in crisi, in una cupio dissolvi insensata, proprio un governo che dovrebbe essere espressione di questa classe dirigente.
Sembra quasi che in Italia, in questo momento, esista soltanto il Pd, come una balena bianca da prima repubblica, e che destra , centro, sinistra si agitino in esso in modo autoreferenziale e distruttivo. Soltanto che il Paese non è solo il Pd, le spaccature e le difficoltà emerse nelle politiche del 2013, lo dimostrano e sono tuttora vive. I nodi economici, finanziari, di bilancio, quelli della borsa della spesa, non sono né di sinistra né di destra. Gli italiani non hanno bisogno di qualcuno che dica loro come si devono comportare, come devono essere virtuosi, buoni ed onesti. Non c'è in Italia bisogno di uno stato "etico" come qualcuno sembra ostinarsi a pensare.
Gli italiani oggi vogliono indicazioni chiare, meno leggi e comprensibili, adempimenti sensati e un peso fiscale che permetta al singolo e alle comunità di rinascere. Questo problema non è solo legato al patto di stabilità europeo o ai vincoli sovranazionali. E' invece in larga parte dovuto al modo nel quale il sistema paese è stato costruito nel tempo e a come lo si è fatto adagiare in facili e fallaci ricette che cambiando tutto non cambiassero nulla!
Ora, però, il re è nudo, gli alibi usati da decenni non reggono e sono inesorabilmente in scadenza! Il Paese deve imboccare una strada, giusta, criticabile, da emendare, da correggere in cammino, ma la deve imboccare e così come gli alibi sono in scadenza, così non esistono molte alternative. Lo Stato deve essere più snello ed efficiente, gli enti locali più aderenti alle esigenze delle comunità, l'imprenditoria deve potersi esprimere senza limiti eccessivi, tassazioni letali e in un sistema di rapporti di lavoro che sia realistico. Stupisce infatti che il fallimento di un intero sistema come quello ereditato da prima e seconda repubblica, un sistema che ha fatto da tempo il suo tempo, venga ancora sbandierato come il luogo del rispetto della legge e dei diritti. Che cosa si deve pensare infatti di un mercato del lavoro dove poco più del 50 per cento dei potenziali lavoratori ha un'occupazione stabile e dove l'altro 45/50 non esiste dal punto di vista rappresentativo? Che cosa pensare quando si dice che la riforma del lavoro che alleggerisce alcuni vincoli distrugge il diritto al lavoro tuttora negato in modo completo alla metà degli aventi diritto? Dove erano sino ad oggi certi leader sindacali che vorrebbero oggi essere considerati saggi e guru di cosa si dovrebbe fare per cambiare il paese, quando non sono stati in grado di seguire i cambiamenti epocali e rappresentare tutti coloro che sono nel mercato del lavoro a ogni titolo e non solo quanti sono da loro rappresentati?
E cosa pensare di politici che ancora pensano di poter usare le parole per rabbonire e convincere i cittadini della bontà delle loro idee, quando proprio gli elettori li hanno bocciati e, come dimostra la vicenda dei cinquestelle, non sapendo più che cosa votare hanno votato persino Grillo!! E mentre ogni sentina di corruzione e malgoverno che li vede impantanati ci rimanda indietro a tempi che pensavamo superati?
Gli alibi sono in scadenza, lo ripetiamo. Anzi, possiamo azzardare anche il prosieguo: sono già scaduti e potremmo accorgercene a caro prezzo!

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