Panorama di Roma (fonte foto Pixabay)

Divisi su tutto, ma determinati a governare leghisti e 5stelle, ma fino a quando

Ci sarà il redde rationem? Forse sì, forse no!
di Roberto Mostarda

Governo, elezioni, continuano ad essere le parole più gettonate nel dibattito politico - se così possiamo definirlo - in atto in questo rovente agosto tra gli alleati di governo e tra tutti i partiti. In un gioco delle parti, una vera commedia dell’arte in cui si improvvisa a la carte, il batti e ribatti si sviluppa con lo spauracchio del voto ma con la consapevolezza che difficilmente ci si arriverà. Lo snodo, lo scoglio è quello che si affronterà mentre chiudiamo questa analisi, con il voto sulle mozioni per la Tav. Cinque di gruppi a favore dell’opera, due contro. Uno grillino, l’altro di parte della sinistra radicale.

Per i pentastellati da giorni è in atto uno psicodramma collettivo. Dopo aver sbandierato ai quattro venti la loro incrollabile determinazione a non far ripartire i cantieri, insufflando la protesta in Val di Susa e in Parlamento, proprio il Parlamento artificiosamente esaltato pro domo sua dal ministro delle infrastrutture, quale luogo nel quale prese avvio il cammino dell’Alta Velocità Torino-Lione e che a suo dire dovrebbe decretarne la fine. I numeri sono però ampiamente scontati così come nel Paese la maggioranza dei cittadini si è dichiarata a favore del corridoio ferroviario inserito tra i grandi sistemi europei. Dunque per Di Maio e compagnia sarà il giorno più lungo e un nuovo fronte interno che rischia di aprirsi nella leadership del vice premier.

La decisione del premier di assicurare la prosecuzione dell’opera ha terremotato il movimento, spostando l’asse delle decisioni strategiche per il paese a Palazzo Chigi, ossia al governo nella sua espressione principale, quella per capirsi che ha anche interlocuzione all’estero, in Europa. Aver bruscamente interrotto una pantomima, una narrazione infantile, una sorta di giocherello senza fine, ha prodotto forse la falla più pericolosa tra i 5stelle in crisi di identità certo, ma privi in modo evidente di un senso complessivo delle istituzioni, quello che in modo ruvido e poco diplomatico vede invece in azione l’alleato leghista.

Il voto in Parlamento, allora, qualunque sia il suo esito che peraltro appare scontato pone una serie di interrogativi immediati su cosa accadrà nell’esecutivo. E in primo luogo nella compagine guidata da Di Maio. Incassare la sconfitta sulla Tav non sarà così facile da metabolizzare, anche se lo stesso ministro Toninelli ha sottolineato che il governo è al sicuro anche se la Tav si farà. Senza esplicitare però se in tal caso si vede ancora parte del governo. O meglio senza sapere che cosa deciderà il premier e i suoi due vice. La battaglia è stata troppo personalizzata, troppo ideologizzata, troppo allontanata da quello che è in realtà e, dunque, qualcosa potrebbe accadere. In tal caso, però, potrebbero porsi questioni non secondarie sulla tenuta unitaria del movimento e della sua rappresentanza alle Camere.

E, per ovvia deduzione, tutto questo potrebbe ricadere sul governo e sui suoi equilibri. Rimpasto, non rimpasto questo è il problema, il dilemma quasi shakespeariano che vedrà impegnati i tre leader. Ovvero scegliere di arrivare al redde rationem definitivo e poi andare alle urne in autunno, in piena congiuntura per il Def, oppure ingoiare il boccone amaro da parte pentastellata e andare avanti come se niente fosse. Difficile dire quale strada verrà imboccata e se sarà unitaria o in ordine sparso. Intanto, per il paese, il balletto intorno al tunnel e a coloro che per esso hanno inscenato uno spettacolo insensato (nessuno protestò in Val di Susa quando vennero costruiti gli arditi piloni e le gallerie dell’autostrada per Bardonecchia, mai dimenticarlo), non è altro, non è stato altro, che una lunghissima, inaccettabile perdita di tempo per colpa della quale tutto il settore dei lavori pubblici, delle grandi infrastrutture è rimasto al palo penalizzando circolazione delle merci, trasporti, logistica, commercio e via narrando. Di fronte a questo delitto contro il paese, qualcuno dovrà pure essere chiamato a risponderne. Accadrà? Nessuno lo sa!

Un altro elemento interessante di analisi è la rottura del paradigma finora in voga secondo il quale 5stelle e leghisti hanno sempre votato in Parlamento in autonomia, senza chiedere e volere apporti altrui. Ora, sul nodo Tav in Parlamento si formerà una sorta di maggioranza trasversale ampia, importante per il riavvio dei lavori, ma certamente degna di miglior causa. Ma tant è! Accade dunque che un equilibrio si romperà inevitabilmente anche se per il momento potrebbe non accadere altro, un episodio clamoroso ma isolato. Se Di Maio vorrà forzare la mano - seguendo le sirene interne sempre più critiche - potrebbe isolare ancor più politicamente il movimento esponendolo nella speranza di un ritorno alle origini, a nuove pesanti sconfitte elettorali. Gli italiani attendono decisioni che sblocchino l’economia, favoriscano il lavoro, lo sviluppo, non inaugurino la decrescita felice. I grillini devono decidere se essere un movimento appassionato e urlante o una forza di governo responsabile per l’intero paese e non per sparute minoranze e su questioni insostenibili.

Arrovellarsi su questi temi è peraltro specchio della realtà degli altri partiti. Il centrodestra vede appassire sempre più Forza Italia, dove Berlusconi non ha voluto e non è riuscito a trovare un delfino e le previsioni di voto sono drammatiche con possibile sorpasso della Meloni. Il centrosinistra, meglio dire il Pd, ancora non ha imboccato la strada del riscatto e sembra baloccarsi in una battaglia contro Salvini simile a quella che per vent’anni ha sostenuto contro l’ex cavaliere, dimenticando in questo giochetto al massacro, il paese. Su ciò che rimane a destra come a sinistra è difficile trovare un senso compiuto.

Buon Ferragosto!

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