Tamburo (fonte foto Pixabay)

L’istinto autolesionista del M5S e il nodo “insuperabile” della Tav

Tamburi lontani di crisi
di Roberto Mostarda

O Tav o morte. Oppure o no Tav o morte! Il contratto di governo dell’esecutivo gialloverde, il governo del cambiamento sembra ridursi a questo mentre il premier assicura che l’opera si farà e il suo ministro delle infrastrutture continua a definirla inutile mentre riapre un centinaio di metri di una strada travolta da una frana. Se non parlassimo dell’interesse del Paese e della sua dignità ci troveremmo di fronte ad episodi di comicità tali da far rimpiangere i grandi interpreti che hanno allietato e allietano le nostre serate cariche di afa e di incertezza.

Siamo allora, proseguendo nell’analisi, alle comiche finali? Ha ragione il sottosegretario alla presidenza, leghista, ad indicare la possibile finestra di settembre per tornare al voto? Occorrerebbe essere degli indovini per capire come andrà. Un dato è però incontrovertibile: se il nocciolo della questione si riduce ad una galleria nella montagna avversata da buona parte dei valligiani e dai loro sostenitori che nulla hanno detto quando venne realizzata l’autostrada i cui arditi viadotti giganteggiano nelle piccole vallate e sbarrano lo sguardo su un ambiente alpino di gran valore, allora siamo ai frutti o forse, rimanendo nella metafora, al dessert! Il governo potrebbe andare ancora avanti, il confronto senza più limiti tra i due alleati prosegue sino al limite di rottura, ma a perdere sarà l’intero paese, la sua ansia di stabilità, la ricerca ormai condivisa di una strada per uscire da una crisi endemica, epocale e strutturale!

Un’opera strategica, inserita in corridoi europei di mobilità, finanziata ormai oltre il 50 per cento dall’Unione Europea, il cui tracciato lungo 58 chilometri riguarda il nostro territorio per la frazione di otto chilometri; il cui impatto una volta realizzata sarebbe minimo sul territorio e abbasserebbe l’inquinamento provocato dalle migliaia di tir che percorrono la valle ogni giorno, ogni mese, ogni anno, è stata ridotta alternativamente ad una cattedrale nel deserto, ad un’incompiuta non necessaria, ad analisi costi benefici indefinibili dove tra i danni sono stati indicati i mancati introiti dei caselli autostradali (pan per focaccia o lucciole per lanterne, per così dire) ad uno spreco di cemento e affini. Peccato come già detto che le tonnellate di cemento armato dell’autostrada sono lì ad immagine e memento ma non sono mai state contestate da alcuno valligiano o meno.

La questione, tuttavia, va oltre e concerne l’essenza stessa del governo, la sua ragione d’essere, la sua radice, ammesso che ne abbia una e non sia stata un’ammucchiata tattica non sapendo trovare altre soluzioni.

Se infatti tutto si riducesse a sì Tav o no Tav, o anche sì Tap o no Tap, oppure Ilva sì Ilva no, vorrebbe dire che i galleggiatori di palazzo Chigi hanno perduto completamente la trebisonda, non si rendono più conto di essere alla guida del paese e vogliono semplicemente risolvere le loro beghe di cortile sulla pelle degli altri, non solo l’alleato, ma tutti gli italiani. Con l’aggravante che la faccia persa o quasi in casa, sta diventando una debacle totale in Europa dove uno dei sei stati che diedero origine al sogno unitario del continente, è divenuto una variabile impazzita, un matto del villaggio e come tale viene guardato da tutti gli altri non certo meritevoli o positivi più di noi!

E allora? Quali strade abbiamo dinanzi? La crisi sembrerebbe quella più ovvia, ma con l’incognita di non sapere per andare dove: nessuna alleanza seria potrebbe nascere tra cinquestelle e Pd malgrado quest’ultimo partito continui a pensare in alcune sue aree che questa sia la soluzione. Elemento critico anche questo, considerando incompetenza, inaffidabilità, pressappochismo della pattuglia grillina, quale possibile sintesi politica potrebbe venirne? A meno che il Pd non si immagini egemone in una possibile tale alleanza. Elemento che cozza con lo stato attuale del partito e con la sua forza parlamentare a fronte dei dati che indicano pur sempre la Lega come primo partito di gran lunga sugli altri. 

E’ evidente che trovandosi nel cul de sac, il leader pentastellato, il capo politico, tallonato dai suoi critici-esegeti e dedito a far passare misure che consentono per esempio il superamento dei due mandati con il famoso bizantino mandato zero per acquisire appoggi interni, immagini che la crisi arrivi da qualche altra parte, dalla questione migranti, dallo scontro sulla flat tax, dai dissidi di politica economica che sembrano tanti quanto i famosi punti condivisi del contratto del cambiamento. Oppure appunto dallo scontro sulla Tav. La tempesta perfetta che aleggia nella sua testa, parla di un voto sì Tav di tutti i partiti che non sono i 5stelle (esclusion fatta per la sinistra radicale) in modo da rendere palese il dissidio insanabile del movimento con la politica tradizionale e, in un ritorno alle origini dibattistico, il tornare sulle barricate ideologiche del vaffa, lasciando quel potere che non si è in grado di maneggiare.

In sostanza, alzare bandiera bianca per colpa degli altri però per rivendere il patrimonio di no a tutto che ne ha fatto la fortuna ma è anche inevitabilmente il tallone d’achille di una carenza strutturale di disegno politico per un paese ancora avanzato, tra i primi nel mondo ma che sembra, grazie a loro, aver smarrito al propria strada e non appare in grado di rimboccarsi le maniche come avvenne a fine anni quaranta e cinquanta!

Sullo sfondo della “mesa” italica, intanto, tra roccioni e monumenti del passato e rovine del presente, in lontananza i tamburi di guerra/crisi, si avvertono distintamente! E sempre più forti.

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