Torre di Pisa (fonte foto Pixabay)

Geometrie variabili, impazzite o veri e propri frattali

Il governo torre di Pisa che pende, ma...
di Roberto Mostarda

Sembra ormai quasi un esercizio retorico, di settimana in settimana, quello di cercare di dare un senso compiuto, un significato comprensibile a quello che avviene nella politica nazionale. Il rapporto tra i due alleati competitor giallo verdi è ormai più una sorta di elenco di questioni aperte e contraddittorie che il segno di un’alleanza che dovrebbe, o doveva, portare al cambiamento del paese. I dossier che non vedono leghisti e grillini sulla stessa linea sono certamente di più di quelli che per così dire li vedono dalla stessa parte nei confronti e per l’interesse del paese. Difficile capire allora che cosa sia a tenere insieme la compagine, se escludiamo almeno per un momento l’ovvio attaccamento alla poltrona, non solo di chi sta al governo ma anche in Parlamento.

Governare un paese, complesso e sfaccettato, contraddittorio e pieno di potenzialità come il nostro, non può essere delegato ad un battibecco continuo, ad un continuo rintuzzare responsabilità, colpe, ad un ridondante e stucchevole ripetersi di accuse, di richiami alle pagine oscure, ai dietro le quinte e via discettando. Dovrebbe articolarsi su un robusto sistema di interventi coerenti e tra loro collegati diretti a rafforzare e se necessario a costruire il sistema paese. Nessun intervento può essere fatto senza inserirlo in un disegno complessivo.

Assistiamo invece ad un collage di decisioni incoerenti, a dibattiti scarsi e voti parlamentari sovente di fiducia per consentire all’esecutivo di continuare a stare al suo posto, ma nulla in questo identifica l’interesse del paese, il disegno al quale ha diritto. Il contratto di governo non soltanto non è conosciuto nella sua interezza ma ogni riferimento che ad esso fanno gli alleati sembra fonte di scontro, di interpretazioni divergenti. I due vice premier sembrano oramai separati in casa e non fanno molto per dare un’impressione diversa. Le due delegazioni di governo seguono la medesima traiettoria ed eguale fotografia appare nei tutt’altro che tranquilli gruppi parlamentari.

La domanda che nasce spontanea è allora molto semplice: qual è il paese che vuole guidare il governo e qual è il paese che intendono governare i due alleati? Un paese che costruisce infrastrutture degne di una nazione moderna pur nel rispetto dell’ambiente e delle popolazioni; oppure quello che vuole smantellare impianti industriali per costruire aree attrezzate per lo svago? E’ quello che usufruisce delle risorse dell’Europa per superare i molti gap strutturali esistenti nelle sue diverse aree  e soprattutto tra nord e sud; oppure quello che rinuncia per incompetenza o, peggio, per iattanza ideologica a questo prezioso sostegno?

Queste domande possono essere moltiplicate e adattate a tutti i dossier sul tavolo e non si troverà facilmente una posizione unica o condivisa. Ecco allora che emerge il vero significato della situazione. La Lega di Salvini non può a lungo rimanere maggioritaria nel paese e minoritaria nella coalizione e specularmente i cinquestelle di Di Maio vogliono contrastare in tutti i modi questa situazione puntando a logorare l’alleato per impedirgli di decidere altrimenti.

Certo che posizioni ambigue e ipocrite come quelle sulle ombre russe sul Carroccio non aiutano la comprensione e danno esattamente l’immagine di una lotta senza quartiere, come il voto al Parlamento europeo che ha visto i grillini schierarsi con i partiti moderati in modo tattico certo ma schizofrenico rispetto alla loro collocazione euroscettica. Scelte e posizioni che non fanno altro che segnalare una sostanziale assenza di linea politica che viene mascherata da richiami alla vecchia retorica anti e contro: basta vedere l’atteggiamento folle su temi come la Tav e le infrastrutture o su casi come Ilva e simili.

Come diciamo nel titolo, però, l’antico adagio sulla torre pendente “che mai vien giù” ci aiuta a dare una spiegazione: si fa tutto e il contrario di tutto ma non si molla. Almeno per ora. Anche perché è difficile immaginare per i cinquestelle improbabili alleanze anche temporanee e tattiche con il Pd come vorrebbe qualcuno al suo interno. Un’ipotesi che rischierebbe oltretutto di bloccare ogni evoluzione in quest’ultimo partito ancora alla ricerca di una linea alternativa. Una scelta antolesionista per una forza dall’antica tradizione politica ed inutile per modificare soltanto i numeri in parlamento restando nel caos come oggi.

Difficile però anche immaginare che la maggioranza moderata esistente nel paese possa ricomporsi sino alla decisione leghista di staccare la spina ed andare al voto. E non si può immaginare quale risultato il carroccio avrebbe una volta lasciato il governo per riaffermare un centrodestra unito. L’attuale forza del partito salviniano esiste in quanto gli elettori hanno ritenuto di riequilibrare alla prima occasione lo strapotere senza capo né coda del movimento pentastellato, e tuttavia non è ipotizzabile un’automatica trasposizione di questo voto in una nuova prospettiva elettorale nazionale.

Tutti i discorsi in pratica restano aperti e senza una plausibile verifica in tempi ragionevoli. Intanto le finestre per possibili elezioni si susseguono ma non accade nulla. Anche perché sulla stabilità nazionale e soprattutto su quella economica e sul ruolo internazionale vigila il capo dello Stato che non accetterebbe di sicuro nuove e avventuristiche soluzioni oltre quelle attuali.

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