Matassa (fonte foto Pixabay)

I cinquestelle tornano sulla scia del guru, ormai senza linea

Decrescita forse, ma non felice
di Roberto Mostarda

Dov’è il bandolo della matassa? Cominciare una riflessione con una domanda è certamente singolare ma non lo è se ci si pone con apertura mentale e libertà di pensiero davanti allo scenario politico del nostro paese, alle prese con l’ennesimo confronto con le istituzioni europee. E, soprattutto, con la commedia degli equivoci (da sperare che non si tramuti in commedia degli orrori) che sembra essere il copione dei rapporti tra gli alleati di governo. Ci si è chiesti quanti governi, quante sfumature di essi siano presenti nelle forze gialloverdi e nelle loro rappresentanze parlamentari: l’elenco lungi dall’essere stabilizzato è in continua evoluzione.

Ad esso si aggiunge una variante anch’essa eccentrica: quella del premier e del ministro dell’economia che mentre infuriano le polemiche provano a tessere e a non far incrinare i rapporti con l’Europa, scenario con il quale si dovranno fare i conti ma non come fanno Salvini e Di Maio per regolare conti nazionali, quanto per rimanere nel novero dei paesi fondatori con l’autorevolezza e il ruolo che ci spetta. Un piccolo particolare non secondario alla cui salvaguardia si trova il presidente della Repubblica con la moral suasion e l’intervento nell’ambito delle sue prerogative alla cui base c’è la dignità e il decoro della Repubblica anche nei consessi internazionali. 

Non una vox clamans in deserto, ma forse la genuina disposizione d’animo della maggioranza degli italiani alla ricerca di un nuovo equilibrio, di un nuovo sviluppo, che restituisca serenità e prospettive al paese.

A fronte di questo vi sono due fenomeni divergenti e in contraddizione: quello della Lega che in stile pirandelliano rappresenta ormai (se vi pare!) il tessuto produttivo del paese nella sua interezza; e l’altro, quello del movimento cinquestelle che in rotta ormai endemica, perde pezzi e lascia intere aree della nazione ritirandosi in quel sud che tuttavia comincia ad abbandonarlo. Di più, in un disperato tentativo di fermare l’inevitabile prova un ritorno alle origini dal vaffa in poi, quasi a recuperare una verginità sociale ormai perduta nell’impatto con le istituzioni e il potere. Con la risibile appendice che i poteri forti e tutti gli altri stanno agendo contro di loro, quando basterebbe analizzare in filigrana quanto avviato finora tra montagne propagandistiche e topolini in fuga per rendersi conto che la non capacità di governare il paese è responsabilità del movimento e dei suoi esponenti.

La riprova di questa nevrotica e psicotica situazione sono gli strali del vice premier grillino, a borsa aperta, nei confronti di realtà imprenditoriali e lavorative cruciali, come se si trattasse di una bega di corridoio. E, sopra tutti, purtroppo per lui, il ministro delle infrastrutture che non potendo indicare le sue parole come governo, definendosi movimento cinquestelle si lancia in accuse alla medesima realtà imprenditoriale annunciando, questa volta da ministro revoche di concessioni od altro. Dimenticando che tragiche vicende come quelle a cui si fa riferimento, devono passare il vaglio della magistratura che non farà certamente sconti a nessuno alla ricerca della verità. Ma c’è di più. Qualche mese fa, lo stesso ministro si lasciò andare alle stesse dichiarazioni annunciando revoche a tutte le concessionarie in genere e il ritorno delle autostrade all’Anas. Chi ha qualche anno sulle spalle ricorda perfettamente come l’Anas decenni fa fu al centro di uno dei primi scandali di tangentopoli che coinvolsero ministri e imprenditori in un vortice di favoritismi. E dimentica, il ministro, che la sorveglianza sulla manutenzione e sui lavori autostradali in genere ricade proprio sulla stessa Anas. E appena il caso di ricordarlo perché nella vicenda del Ponte Morandi se cattiva manutenzione vi è stata (fatto in apparenza indubitabile per l’accaduto) il sorvegliante avrebbe dovuto esserne edotto e porre a conoscenza il decisore politico. E’ accaduto qualcosa di simile. A conoscenza di chi fa informazione non sembra. Altrimenti le risposte sarebbero talmente serene da non ingenerare conflitti e questioni. E sono affermazioni che pongono in difficoltà la stessa Anas!

Come non pensare poi all’Ilva (punta di iceberg per tutte le crisi industriali in corso). Anche qui, demagogia a go gò, mentre scorrono fiumi di denaro, si pretendono investimenti stranieri per salvare lo stabilimento siderurgico più grande d’Europa ma si mettono in strana continuità i dirigenti appena arrivati sulla linea punitiva per chi nel passato ha creato la tragica realtà di oggi. Almeno andrebbe evitato il senso del ridicolo soprattutto per i cittadini di Taranto, per chi lavora all’Ilva. Annunci improvvisi su chiusure definitive, fughe di investitori, rischiano di sprofondare l’intera città e il suo hinterland in un baratro incolmabile. Giova ricordare la maggioranza stragrande dei dipendenti in un referendum di qualche tempo fa a favore del mantenimento dell’impianto pur consapevoli e diretti interessati alle gravi carenze e ai rischi per la salute. Forse ascoltare i cittadini potrebbe tornare utile invece di definirli in vario modo quando non esaltano le riconversioni e le “decrescite felici” vagheggiate dal guru dal suo comodo e tranquillo buen retiro oltralpe.

Trasformare l’impianto dell’Ilva in una sorta di area sociale, in una città deindustrializzata e senza risorse alternative e pur sempre alle prese con il recupero delle aree in termini di salute pubblica, non solo appare per quello che è: una triste boutade. Ma soprattutto dovrebbe far aprire gli occhi su cosa intendono i grillini per crescita, sviluppo e altre economiche amenità correlate peraltro agli stipendi e alla vita di centinaia di migliaia di famiglie in tutto il paese.

Con la certezza che se le cose non muteranno direzione la decrescita ci sarà certamente (produzione intorno allo zero) anzi è già in atto, ma non sarà felice! E se gli italiani dinanzi a questo dovessero ancora voltare le spalle al movimento, la responsabilità politica e sociale sarà soltanto di quest’ultimo. A meno che non si deciderà a diventare “grande” prima che sia troppo tardi! L’Italia ha metabolizzato e digerito ben altro in questi anni. Una riflessione su questo non guasterebbe affatto!

 

 

 

 

 

 

 

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