Di Maio, Conte, Salvini (fonte foto ItaliaOggi.it)

Da gialloverde ad arcobaleno “frattale” la fotografia dell’esecutivo

Cento sfumature di governo
di Roberto Mostarda

Già ci eravamo posti questa domanda per così dire “ontologica”: ma quanti sono i governi in Italia? E può un paese vivere con più governi in contemporanea? Domande tuttora senza una risposta che non sia vaga ed incompleta. Solo che ora, dopo gli ultimi avvenimenti e le ultime evoluzioni, l’osservatore attento e disincantato comincia ad avere le traveggole, la vista confusa. Gli appare infatti una complessità oggettiva e visiva degna di un disegno frattale. Con la differenza non da poco che in un tale disegno non ci si trova dinanzi ad una confusa serie di colori e forme, ma ad una scansione dello spazio che risponde pur sempre alle immutabili leggi matematiche ancorché in apparenza disattese.

E’ solo ponendosi in questa prospettiva che si può tentare come sempre una riflessione - analisi sarebbe troppo tecnico, trattandosi di prepolitica spesso – su quanto la cronaca ci presenta. Ecco allora che la più immediata reazione e il riferimento, questa volta letterario, è ad una collana di libri molto popolare sino a qualche tempo fa e che analizzava il comportamento umano e interpersonale in territori anche scabrosi. Eliminata subito questa pruriginosa sensazione è evidente che la fotografia attuale dell’esecutivo è quella che si potrebbe definire con l’espressione mutuata dal titolo delle opera in questione: cento sfumature di governo.

Che siano cento, più o meno, poco importa. Basta ascoltare, leggere, seguire i social per rendersi conto che le posizioni, le dichiarazioni, di esponenti del governo o dei partiti di riferimento, descrivano un caleidoscopio senza capo né coda dove è difficile distinguere una linea coerente e comune agli alleati che appaiono sempre più separati in casa. Con in più l’aggravante che i cinquestelle al loro interno sembrano in preda ad una frenesia distruttiva. Prova ne sia lo stillicidio di uscite, espulsioni e via dicendo che ha ridotto al minimo le cifre della maggioranza al Senato e diminuito in modo incisivo anche i numeri alla Camera tuttavia meno rischiosi.

Che, passato un anno, i nodi vengano al pettine sempre in relazione al confronto con l’Europa e dopo elezioni continentali che se hanno visto qualche successo sovranista non cambiano gli equilibri complessivi che restano severi verso le idee del governo italiano, non è né casuale né frutto di atteggiamenti censori di Bruxelles. Anche i paesi dove i sovranisti si sono affermati con forti percentuali non esiste una posizione più morbida verso linee di azioni che privilegiano manovre in deficit, elargizioni sociali nella stagnazione produttiva e via elencando. Ancora una volta, dunque, il nocciolo della nostra situazione si sposta nelle istituzioni europee nelle quali siamo inseriti da decenni. Ma questo sembra non avere grande significato per i nostri governanti. Né per chi è in gran spolvero come la Lega né per chi è in crisi come i cinquestelle.

E, ancora una volta, così come le elezioni appena passate e quelle locali che hanno mostrato la stessa faccia, i nodi nei quali ci dibattiamo sembrano senza soluzione. Il premier araba fenice continua a dire che andiamo a Bruxelles a testa alta e senza cappello in mano, ma intanto il ministro Tria deve limare le pretese dei vice cercando di far quadrare i numeri ed evitare la procedura di infrazione. Non si tratta però di spostare decimali o di modificarli: si tratta invece di delineare un’azione tesa certamente a riavviare lo sviluppo e a contenere le spese e soprattutto il debito che costituisce la palla al piede della impresa Italia e dello Stato italiano. Non comprendere questo significa non avere chiaro il punto e le priorità. Ogni atto diretto ad utilizzare ulteriore deficit significa procedere come nel tristemente famoso gioco delle tre carte nel quale l’innocente astante viene sempre gabbato dal furbo ciarlatano.

Non è possibile pensare che il volto che il nostro Paese presenta all’estero possa essere quello appena delineato. Ancora le cento sfumature si notano in ogni decisione, sul reddito di cittadinanza, sulla flat tax, sul nodo infrastrutture, su quello energetico, nella sanità, in agricoltura, nei servizi, nell’alta tecnologia. Non vi è ambito in cui una voce di stampo governativo non ne contraddica un’altra proveniente dallo stesso ambito. E questo ogni giorno senza sosta. Un lavorio forsennato che lascia senza parole chi voglia capire cosa realmente passi nelle stanze di Palazzo Chigi e tra i gruppi parlamentari.

Cento sfumature che si potrebbe dire non fanno un governo ma un coacervo di contrasti e di linee di faglia pronte ad agitarsi. La crisi profonda che contraddistingue in questa fase il movimento grillino ne é paradossalmente la fotografia esatta, mentre il monolitismo leghista è solo scalfito dalle intemperanze del tipo “mini bot”! E la crisi del modello governativo Di Maio rischia di essere il detonatore nel governo come anche le sortite del signor chi, Di Battista, che ritiene l’esecutivo una scena del film Sliding Doors, pensando di rientrare al governo dopo i viaggi sudamericani come se nulla fosse accaduto e per essere acclamato libertador non si sa di chi e per quale ragione.

La speranza ormai disillusa nella realtà che le opposizioni battano un colpo e soprattutto non pensino ad utilizzare pezzi dei cinquestelle per improbabili, inusitate e folli alleanze in vista di cambi della guardia. Questo lo potranno decidere ammesso che lo vogliano soltanto i cittadini italiani!

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