Baratro (fonte foto Pixabay)

Verso le Europee l’un contro l’altro armati

La politica sull’orlo di una crisi di nervi
di Roberto Mostarda

Cultura del cambiamento “vo cercando che sì cara”! Ci si perdoni sempre l’utilizzo mediato di espressioni storiche e letterarie, ma è di palmare evidenza che quello preteso dall’alleanza gialloverde tutto appaia meno che tale, nel senso proprio del significato. Chi ha alle spalle diversi decenni di convivenza con la politica nazionale, quale cittadino alla ricerca di risposte, non può che provare uno sconfortante sentimento di straniamento e di deja vu in quello che accade tra i due alleati di governo e più in generale nell’agone parlamentare.

Si potrebbe osservare che la prossimità delle elezioni europee e la sua interpretazione in chiave nazionale complicano non poco il momento e che dunque toni e azioni siano condizionati dal prossimo futuro. Ma è una lente deformata e falsata. Come accade da molti anni, forse troppi, l’appuntamento europeo è vissuto sempre e soltanto in chiave nazionale come se si trattasse di un semplice fondo scena, una scenografia più o meno distinguibile.

Anche questa analisi, tuttavia, non scrolla di dosso quella distinta e pervasiva sensazione di aver già visto, di aver già vissuto, di non avvertire nulla di nuovo. E’ certamente sconfortante ma anche punto di svolta per capire che forse alcune dinamiche fanno parte amaramente del nostro modo di essere nella politica, denotando una visione minimale, non strategica e forse neppure tattica del ruolo che il paese dovrebbe avere e svolgere in Europa e nel mondo.

Questa deludente condizione non risparmia nessuno, né al governo né – ed è assai più scoraggiante – all’opposizione!

Partiamo dalla maggioranza o almeno quella che sembra tale. Sondaggi non sondaggi è a tutti evidente che la Lega stia subissando gli alleati e che i cinquestelle provino sulla loro pelle cosa voglia dire non aver pensato ad una cultura vera di governo, schiacciati tra il vaffa originario e le mattane successive di guru e loro seguaci. Un rischio palpabile al quale i grillini sembrano reagire scompostamente come se fossero stati sorpresi. Strana condizione, essendo nati sull’onda del sospetto, dell’accusa, avendo fatto della cultura della delazione sociale il loro mantra in nome della vittoria dell’onestà. Oggi che il sospetto colpisce anche loro cosa fanno? Lo stesso. Vanno alla ricerca di quello del quale possono accusare i loro alleati e contendenti. Ecco allora che il valore positivo dell’azione della magistratura, la scoperta di magheggi o intrighi di vario genere, sembra venire utilizzata a scopi politici ed elettorali.

Virus che contagia anche i leghisti che, tuttavia, provenendo da una cultura di governo locale sanno quali sono i rischi di mettere in moto ondate giustizialiste e manichee. Senza contare che la giustizia sembra perseguire tutti, senza esclusione alcuna, come deve essere. Dunque alzarsi sugli altri, aumentare il tono della voce e della polemica, pretendere dimissioni dagli altri non concedendo le proprie, appare per quello che è! Un deja vu, un penoso copione che si ripete senza speranza e senza novità. E, mentre i giudici fanno il loro lavoro, si corre il rischio che ognuno veda il loro agire in termini politici come accadeva non molti anni fa nell’epoca del giustizialismo trionfante ed ottuso perché a torto inconsapevole che come diceva il saggio: la ruota gira!

Dunque l’equilibrio del governo si gioca anche tra procure e aule di tribunale? Occorrerebbe rifuggire da questa logica perché come hanno mostrato più volte gli elettori certi comportamenti e certe derive non pagano, soprattutto superata l’onda della protesta e alle prese con i veri problemi.

Dunque la prospettiva delle prossime elezioni continentali vede partiti e movimenti l’un contro l’altro armati, mentre la quotidianità dispiega i suoi effetti ed ognuno prova a portare acqua al suo mulino. Una vera e propria deriva, una crisi di nervi il cui orlo si avvicina sempre più rischioso!

Con la contemporanea sensazione che all’opposizione non appaia nulla di nuovo. Il centrodestra berlusconiano vive la stagione di un meriggio avanzato del leader che non riesce più ad infiammare le folle e che corre il rischio di essere fagocitato dalla Lega e in parte dai sovranisti di Fratelli d’Italia. Aver perso vent’anni di vita del nostro paese per eliminare il caimano, ci ha regalato una pagina ancor più complessa da decifrare.

Anche perché il senso di straniamento si rafforza guardando alla sinistra e al Pd, o meglio a quel che rimane di entrambi. Qui, come in un eterno loop, in un riavvolgersi interminabile dello stesso copione, invece di immaginare una rappresentanza politica fondata sulla realtà del paese che nonostante tutto evolve, i dirigenti sembrano volersi riavvolgere nelle consuete e usurate bandiere: quelle della battaglia contro le destre, quelle della lotta antifascista. Come se la storia non avesse avuto corso e il mondo non stesse mutando a velocità supersonica.

Perché quei valori ai quali ci si richiama sono gli stessi che fondano la nostra repubblica, e devono essere considerati ontologici. Tornare ad usarli come bandiere di parte non fa un buon servizio all’Italia e neppure a chi li brandisce. La parabola triste della retorica resistenziale degli ultimi decenni ne è la prova lampante. Insieme al riaffacciarsi strumentale e stolido di revanscismi senza spessore e senza storia!

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