Europa/Mondo (fonte foto Pixabay)

Le ambizioni continentali dei leader gialloverdi e la realtà nazionale

Sfida europea e destini del Paese
di Roberto Mostarda

La riflessione politica di questi giorni sembra abbarbicata sui discorsi di natura economica. Ancora una volta l’azione dei governanti italiani torna ad essere guardata con attenzione e preoccupazione dagli alleati europei e non solo, mentre i padroni del vapore si sperticano nel descrivere i mutamenti radicali, rivoluzionari, quasi palingenetici che le scelte contenute nel contratto di governo stanno provocando nel tessuto nazionale e nel ruolo dell’Italia nel contesto internazionale.

Che tutto questo non appaia chiaramente è un dato ontologico per così dire. Che gli input immessi nel sistema nazionale possa e debbano dare dei risultati è nelle cose, come anche lo sono i fondati dubbi sulla loro efficacia. Soprattutto perché per indurre sostanziali evoluzioni occorre del tempo e non bastano dichiarazioni altisonanti e autoreferenziali a modificare l’esistente. E questo anche se il sentire dei cittadini istintivamente sposa più facilmente narrazioni essenziali che dicono: facciamo questo per ottenere quello e simili. E le condizioni oggettive fanno propendere per l’uovo oggi più che per la gallina domani, anche perché la gallina deve essere nutrita, curata, accudita. Solo che se si privilegia l’uovo oggi e non si cura la gallina, difficilmente avremo la possibilità di avere uova ancora nel futuro. Piccolo esempio di come le grandi riforme vadano fatte proprie dai cittadini, metabolizzate in modo convinto. Dopo le stagioni giustizialiste fini a se stesse, quelle dei vaffa, oggi dovrebbero essere le cose concrete ad avere la maggior cittadinanza nel dibattito politico e nella pubblica opinione.

Riuscirà la lettura gialloverde a dare questo risultato? Difficile dirlo essendo tutt’altro che facile comprendere che cosa accadrà nel voto europeo di maggio. Occasione per capire gli equilibri continentali e quelli dell’Unione Europea con o senza la Gran Bretagna con un piede fuori e uno dentro.

Certo, sia i grillini che i leghisti, hanno sposato soprattutto posizioni elettoralistiche facili e di impatto come quelle contro i governi e gli establishment non populisti, contro i cosiddetti poteri forti che limiterebbero le potenzialità delle nazioni e dei popoli. Che tutto questo trovi espressione maggioritaria a Bruxelles è assai improbabile anche se la spinta populista si farà sentire. Tuttavia al di là di questa valutazione semplicemente politica, quello che conta è la sensazione di avere interlocutori capaci di governare la cosa pubblica, cioè quella che tutti ci garantisce o dovrebbe e che tutti ci mette in condizioni di agire nel nostro quotidiano con una cornice di regole, doveri e diritti ai quali richiamarci senza variazioni continue, proclami a vuoto e scenari la cui attuazione nel migliore dei casi sarà parziale, tornando all’esempio dell’uovo e della gallina. E dunque non strutturale come servirebbe.

Quando sentiamo parlare chi ci governa al cospetto del mondo produttivo sembra che la sintonia sia totale, quando parlano rivolti a chi ha meno e che spera nel futuro migliore, sono in sintonia con questi, se si parla di infrastrutture sembra che non esista ragione per non essere da quella parte. Pensiamo a reddito di cittadinanza e pensione di cittadinanza, alla flat tax. Tutti insieme questi provvedimenti sono in grado di far sballare i conti pubblici e far esplodere il già gigantesco debito pubblico nazionale soprattutto se non sono accompagnati da reali impulsi positivi per il lavoro e per la produzione. La famosa ed ottusa decrescita felice non solo non è possibile ma sarebbe contrastata dallo stesso cittadino di fronte alla scarsità dei mezzi di sopravvivenza, dalla negazione della libertà di scegliere i beni di consumo, avendo negozi pieni, pensare alla nuova macchina, al nuovo tv, ai cellulari, ai vestiti e via discorrendo. Cose di ogni giorno, cose che preservano l’equilibrio delle famiglie, dei gruppi sociali e non per materialismo puro, ma per ovvia e sincera comprensione delle esigenze quotidiane. Quando vediamo con timore esplosioni di gruppi di cittadini contro i migranti perche “ci tolgono il lavoro”, stiamo toccando con mano il nocciolo del problema, ed è bene non dimenticarsene mai!

Un’economia sana, robusta, capace di affrontare le variazioni di mercato, improntata ad un’innovazione costante e graduale, alla promozione di un’occupazione sempre più specializzata e diffusa, dovrebbe essere il punto di riferimento principale perché senza questa spina dorsale ogni discorso, anche soltanto redistributivo delle risorse, rischia di non avere senso.

Ecco perché analizzando quanto accade è forte la sensazione di uno scoordinamento, di una discrasia tra le mire, le speranze di un’Europa dove si vorrebbe essere guida e leader e un disegno nazionale che ad un anno quasi o per altro verso dopo un anno di governo del cambiamento non accenna a inserire la giusta marcia. O ci si muove in avanti o stando fermi, come per incanto, si va indietro.

La politica lo sappiamo è l’arte del possibile, tuttavia non tutto il possibile può essere probabile o attuabile. E le scelte strutturali più si rimandano e più difficile sarà non soltanto attuarle, ma anche semplicemente proporle o peggio avviarle. La visione euroscettica e una politica a scatti non favoriscono il necessario equilibrio positivo per un paese comunque tra le più grandi economie globali. Occorre al più presto una visione chiara, con priorità praticabili e non solo sbandierate per consenso, con scelte che vengano condivise per ragionevolezza e valore prospettico. Da un governo preteso del cambiamento è questa la sfida più grande. Altrimenti meglio affidarsi se non al buon tempo antico, almeno a qualche competenza e capacità in più, che non guasta mai!

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