Economia al palo, riforme in affanno, leader in lotta continua

Verso le Europee, aspettando Godot
di Roberto Mostarda

Ci si perdoni il riferimento letterario alla famosa opera teatrale di Samuel Beckett. Un dramma associato al cosiddetto teatro dell'assurdo e costruito intorno alla condizione dell'attesa. Tuttavia, ci appare consono il significato dell’analisi condotta dal drammaturgo alla condizione della nostra vita politica, con la sensazione che il tanto atteso personaggio che dà il nome alla piéce, potrebbe non arrivare mai lasciandoci tutti in attesa perenne e senza scopo, ma come condizione umana e sociale.

Il quadro di analisi è quello di un paese in bilico dal punto di vista economico, in perenne attesa di una crescita che non arriva, di un cambiamento che non muta, di un’evoluzione che non evolve in ossequio al “che tutto cambi perché nulla cambi” come ci insegna il Gattopardo.  Il governo e il suo premier, ma anche i due vice, non fanno altro che sperticarsi a sottolineare le fondamentali riforme messe in campo in ossequio al contratto e al radioso futuro che ci attende, dando la sensazione di avere una visione quanto meno distorta e ottimistica se paragonata al sentire sociale, alle condizioni effettive, alle aspettative reali di quella che dovrebbe rimanere una delle principali economie del mondo.

Voler apparire a tutti i costi originali, alfieri della dignità nazionale, in aperto contrasto con la logica e la realtà globale, o assumere decisioni eccentriche come quelle sulla via della seta senza una costruzione strategica di fondo, espone a pericoli di varia natura che potrebbero peggiorare se non inficiare la tanto agognata crescita. Così come assumere decisioni che aggravano il debito pubblico o contrastare il ministro dell’economia che cifre alla mano richiama ad un più sano realismo e ad un’andatura più pacata e a piccoli passi, non convince e soprattutto crea un’oggettiva ansia e non solo in coloro che guidano l’economia, ma nei cittadini che vorrebbero avere segnali chiari sul dove si stia cercando realmente di andare.

Aggiungiamo al quadro anche l’incognita europea, il voto di maggio, per sottolineare come in attesa delle elezioni e dell’Europa che verrà, si tenti di stare tatticamente in trincea, come se domani potesse di colpo cambiare qualcosa. Le premesse non aiutano, il risveglio potrebbe essere brusco oppure trasformarsi un una gigantesca, amebica attesa che tutto copre e tutto assorbe.

I “padroni” del vapore, però, sembrano assorti in ben altre faccende come picconare l’uno le decisioni dell’altro, mettersi i bastoni tra le ruote, attaccare a testa bassa con accuse tanto altisonanti quanto assurde e insensate se rapportate ai fatti. Le questioni continentali che ci riguardano se vogliamo rimanere un paese veramente sovrano pur nel consesso europeo, dovrebbero insegnare che nessuna ipotesi alternativa è possibile perché vedrebbe il nostro paese o appendice del drago cinese o provincia della santa madre russa. Ipotesi entrambi senza senso se rapportate alla vera realtà nazionale: quella di un paese manifatturiero di eccellenza, fatto di inventiva e di grandi qualità imprenditoriali a cui manca però una visione di sistema.

Pensare che il paese così come viene descritto da chi ci governa possa misurarsi nel consesso internazionale ed europeo in primis come un saltimbanco che “salta” di pala in frasca a seconda della convenienza del momento non è né salutare, né positivo. Occorre stabilire una volta per tutte quali soni i fondamentali nazionali, i punti di forza del nostro sistema economico e produttivo e avviare percorsi virtuosi perché ad essi sia data priorità, sempre, ovunque e indipendentemente dal governo e dalle forze che in esso prevalgono. Sarebbe questa la vera rivoluzione epocale, il vero cambiamento: scindere finalmente lo Stato, cioè tutti noi, dalle espressioni politiche che via via si alternano alla sua guida. In modo ch nessuno possa, come sta invece accadendo, dare scossoni ai fondamentali, picconare le poche certezze senza realmente innovare o rafforzare ciò che rende l’Italia nonostante tutte le sue criticità, un paese pur sempre leader nel mondo e in non pochi settori.

Forse se chi ci governa cominciasse a capire che è inutile aspettare prima le elezioni regionali, poi quelle europee, poi attendere che Europa sarà, poi vedere come va la Brexit, oppure farsi insegnare qualcosa dal trumpiano Bannon, e via dicendo, potrebbe anche cominciare ad assumere in sintonia con i cittadini e con le strutture sane del paese, decisioni epocali e chiare, tendenti in tutti i campi a dare forza alla nostra identità e alle sue strutture, creando un unicum italiano che possa misurarsi come tale a livello mondiale, ma senza inseguire fallaci prospettive sovraniste o isolazioniste a meno di non ritornare a logiche autarchiche di vetusta e tragica memoria.

Ecco perché attendere, temporeggiare, traccheggiare non sono e non possono essere atti di una politica vera. Occorre che il governo abbia una linea chiara ed univoca e non due visioni spesso divergenti sul da farsi perdendosi così in interminabili tentativi di mediazione e perdite di tempo incalcolabili. E’ un vulnus che alla lunga potrebbe convincere i cittadini a cambiare nuovamente alla ricerca di quanto abbiamo detto.

Aspettare, dunque, il famoso e irraggiungibile Godot, non solo non può essere una politica, ma solo un modo di tirare avanti senza confrontarsi e arrivare ad una sintesi positiva: quello che poi è la semplice arte della politica e del governo ridotta alle sue semplici e chiare basi!     

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