Parlamento UE - Bruxelles (fonte foto Pixabay)

Sempre più discontinuità e polemica nei rapporti gialloverdi

Divisi a Bruxelles, uniti a Roma?
di Roberto Mostarda

Valutare la temperatura politica nel nostro paese in queste settimane è semplice da un lato e complesso da un altro. La semplice osservazione superficiale fa pensare ad un forte incremento di gradi ma è difficile stabilire se questo possa manifestarsi in una divaricazione cruciale nell’alleanza gialloverde al governo del Paese. Se i toni delle opposizioni fanno parte del gioco, per così dire, diverso è il ragionamento se i due alleati sembrano divisi pressoché su tutto e non si riesce a comprendere (o è sin troppo facile capire) perché mantengano l’alleanza di governo. Né è possibile avere lumi attraverso il ruolo del premier che appare e scompare e si destreggia in equilibrio instabile stante nei suoi confronti (e in quelli del ministro Tria) una polemica strisciante ogni volta che esprime una posizione autonoma.

Il vero nodo della questione è nel contratto di governo, il famoso contratto, che sembra essere più che altro uno strumento per rallentare, bloccare, impedire le scelte dell’uno o dell’altro dei leader vice premier. Il riflesso più accentuato di questo elemento si rileva soprattutto nell’esponente grillino e negli altri ministri pentastellati puri. Per costoro il richiamo al contratto e l’evidente richiesta di un atto simile da parte del premier funziona come deterrente nei confronti dell’alleato leghista. Questo tanto più quanto il favore elettorale sembra indicare in quest’ultimo il vero vincitore negli appuntamenti elettorali nazionali e in prospettiva in quello europeo della tarda primavera. Un elemento dirompente non tanto per gli equilibri immediati ma per quelli di medio lungo periodo soprattutto se la prevalenza leghista e la discesa grillina dovessero confermarsi come tendenza e rovesciare il rapporto di forza ora apparentemente a vantaggio dei pentastellati.

E’ di tutta evidenza che la polemica strisciante e il continuo rimbeccare che Di Maio pone in atto nei confronti di Salvini su quasi tutti i dossier di governo manifesta la crisi che sta investendo il movimento e la sensazione che gli elettori stiano cominciando ad abbandonarlo. Di qui il rinfocolarsi di toni ultimativi e il ritorno a visioni movimentiste e a parole d’ordine degli inizi. Altro elemento critico è il rapporto che lo stesso leader grillino ha con il premier e con il ministro dell’economia. Due tecnici si sarebbe detto in altri tempi, non inquadrati politicamente e che avvertono al di là degli equilibri di governo il senso più complessivo della conduzione del paese. La tensione che accompagna ogni passaggio dei provvedimenti economici si alimenta su due linee di faglia: la prima con l’alleato leghista, la seconda con Conte e Tria. Il ministro dello sviluppo economico in sostanza si ritiene in quanto vice premier il vero stratega delle decisioni in materia e mal sopporta i richiami ai conti e alla loro tenuta.

Come dimostra la scomposta reazione nei confronti del rapporto presentato dall’Ocse e che conferma il rallentamento dell’economia nazionale quasi immobile. Ormai a parlare è soprattutto il capo politico del movimento che deve coniugare la salvaguardia del suo ruolo politico e di quello governativo mentre i cinquestelle stanno vivendo la prima vera crisi politica della loro storia. Crisi della quale faticano a comprendere l’evoluzione convinti in modo manicheo di rappresentare il cambiamento del paese anche contro l’evidenza dei fatti (basti pensare alla questione romana).

Sino ad ora, tuttavia, ai toni sempre più duri e trancianti tra i due gemelli diversi di Palazzo Chigi, non segue una crisi politica e di alleanza anche se i proclami di unità di intenti sembrano a volte più di facciata che di sostanza. Il leader leghista è il meno critico e segue la sua linea peraltro incoraggiato dalle urne ma non può forzare troppo la mano a meno di far saltare l’accordo e con esso l’esecutivo senza poter o voler contare su un’alternativa di centrodestra. Per quello grillino invece, l’isolamento europeo del movimento che ha mancato significativi apparentamenti sta provocando una evidente deriva verso posizioni più estreme e di alternativa pur non dichiarata alle posizioni leghiste.

In sostanza l’appuntamento del voto europeo vede i due alleati divisi verso Bruxelles e costretti a collaborare a Roma. Quanto questa situazione possa durare e quale sarà il possibile punto di rottura non è ancora possibile identificarlo anche se potrebbe essere paradossalmente uno qualsiasi dei dossier aperti, in pratica quasi tutti ad ormai un anno dall’inizio dell’esecutivo.

Nella sostanziale carenza di opposizioni in grado di costituire una valida alternativa e nel sostanziale duello perenne tra gli alleati il Paese è realmente bloccato e la stasi economica e produttiva fotografa esattamente questa situazione. Sin quando la rivalità al governo porterà a forzare toni, interventi e decisioni difficilmente l’Italia e gli italiani potranno percepire qualcosa di realmente nuovo e significativo per un futuro di sviluppo e di crescita e per uscire da una crisi lunga e rischiosa per la tenuta stessa della società e delle istituzioni. Le scelte muscolari non portano molto lontano!

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