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Convivenza difficile, forzata, ma voluta nell’esecutivo gialloverde

Ma la prima repubblica non era finita?
di Roberto Mostarda

Per chi ha qualche anno alle spalle e ha visto dipanarsi almeno quattro decadi politiche nel nostro Paese fa fatica a non vedere che quello al quale si assiste è una vero e proprio copione da prima repubblica. I due leader, il leghista e il grillino, si affannano ogni giorno a sottolineare che il governo durerà per la legislatura, che l’alleanza tiene e che tutto il vecchio armamentario della politica nostrana è andato in soffitta con il loro arrivo, ma l’impressione che si ha dinanzi a tutto questo, ci racconta qualcosa di molto diverso.

In primo luogo siamo di fronte ad un governo di coalizione come da quasi sempre nella nostra esperienza democratica dunque ad un’alleanza tra diversi ancorché diversamente dialoganti. La storia ci narra come queste soluzioni non abbiano né vita facile né a volte molto lunga.

La forza di tenuta della coalizione è sempre stata inversamente proporzionale alle divisioni e questo per l’ovvia considerazione che, diceva Andreotti, "il potere logora chi non ce l’ha!" Vero o falso, provato o meno, questo aforisma ha certamente il pregio di aiutare nell’analisi odierna. E’ possibile che due contraenti di un contratto di governo non riescano mai a trovarsi su una posizione comune quando si interpreta quello che in detto contratto è stato scritto, o almeno si suppone lo sia stato? I contrasti che per decenni hanno accompagnato la stentata vita di governi a geometria variabile nella prima repubblica erano tutti basati sull’interpretazione degli accordi, delle loro priorità e di quanto i contraenti si erano impegnati a fare.

Peccato che ad ogni piè sospinto, chi lo ricorda lo ha impresso nella mente, il leader x accusava il leader y di non tenere fede ai patti e alle prescrizioni del programma con il caleidoscopio delle posizioni degli attori minori ma determinanti. Uno sguardo al nuovo che è avanzato in Italia ci dà la stessa identica impressione. La lega in ascesa interpreta in un modo, i cinquestelle in decrescita infelice in un altro. Qualcuno guarda con attenzione al premer Conte, l’araba fenice gialloverde attendendo da lui le famose “parole di vérita” di un comico di tanti anni fa, ma l’inquilino di Palazzo Chigi, lì catapultato dopo le trattative post elettorali, con tutta evidenza non ha margini di manovra - pur se prova a ritagliarseli – ma non riesce ad incidere né sul quadro internazionale né su quello interno. Appiattito a volte sulla posizione leghista, a volte sul quella grillina. Da buon avvocato dovrebbe dare un’interpretazione autentica del contratto del quale si è dichiarato garante. Ma il compito non è facile ed è sempre minacciato da dichiarazioni dissonanti dei due leader reali della coalizione.

Se tutto questo è il nuovo, se la prima e la seconda repubblica sono non serenamente trapassate, allora perché ci appare tutto molto scontato e assolutamente non nuovo?

Pensiamo alla sfilata – come un commentatore l’ha definita - del dopo elezioni. Tralasciando per un attimo le opposizioni. Abbiamo vinto, dice Salvini, indietro non si torna ben consapevole che la sua incidenza contrattuale non sta soltanto sulla forza del suo partito da dimostrare a livello nazionale, ma anche in quel centrodestra che continua ad essere maggioranza relativa nella mente di una larga fetta dei cittadini e che risulta vincente quale possibile coalizione governativa e senza alternative a meno di un rovesciamento di parti nella rappresentanza parlamentare.

Perdiamo consensi ma rimaniamo il primo partito, vero in Basilicata, meno in altri contesti, ribatte Di Maio. Insomma nessuno ha perso e questo lo abbiamo sentito dire per cinquanta anni e sappiamo come è andata a finire.

Dunque che cosa è che unisce i gemelli diversi oltre all’attaccamento al potere. Forse un elemento potrebbe essere l’età anagrafica che li vede molto lontani dalla gerontocrazia che ha accompagnato le vecchie repubbliche ormai sepolte (forse!). La relativa giovinezza di entrambi costituisce un forte collante unito al fatto che tutta la compagine governativa ha abbassato notevolmente l’asticella.

Molto altro non si rinviene. La politica industriale, economica e finanziaria della Lega ha tratti più vicini a quella del passato (al netto di iperbole momentanee) mentre per quella dei cinquestelle occorrerebbe una seduta psicoanalitica per capire come non esista una linea se non quella ormai trascorsa e dimenticata del vaffa. Atteso che la famosa “onestà” manifesta qualche forte elemento critico e non per la debolezza colpevole individuale, ma perché occorrerebbe sapere esattamente dove andare, perché e con quali finalità. Intanto il paese langue, l’industria rallenta, il commercio si inceppa e non sarà certo la Cina ha trarci di impaccio. Il pericolo non è la sua forza economica, ma la nostra debolezza amministrativa.

E il dilemma non si scioglie se allarghiamo lo sguardo. Pd e Forza Italia quali partiti sono ridotti ai minimi termini storici anche se le coalizioni o gli apparentamenti elettorali mostrano nel paese una sorta di nostalgia di quelle categorie che rendono intellegibile il presente con un occhio al passato. Fratelli d’Italia resta una realtà di forte ma ridotta testimonianza di una destra che non decolla, mentre LeU e i fuoriusciti dal Pd seguono la parabola che dai tempi di Togliatti condanna gli scissionisti di sinistra all’irrilevanza!

Tinte fosche? Certamente non molto rassicuranti. Perché finite le vecchie categorie politiche altre non se ne vedono o, meglio, se ne vedono forse troppe e tutte confuse!

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