Fiume Tevere (foto di Djedj, fonte Pixabay)

Gli italiani esprimono la loro volontà ma questa viene interpretata

Voto popolare e alchimie politiche
di Roberto Mostarda

Non è la prima volta, da anni, e non sarà neppure l’ultima nella quale chi vuole fare qualche considerazione si troverà di fronte a questa scoraggiante analisi delle cose che accadono nella politica del nostro paese. E questo al netto del disagio sociale, della protesta, della crisi strutturale nella quale ci dibattiamo e ai quali la politica dovrebbe dare risposte non transeunti, non episodiche, ma capaci di ricostruire un tessuto sociale, economico coerente che privilegi le eccellenze ma non dimentichi chi ha bisogno di aiuto. Quella sintesi cioè che da secoli va sotto il nome di “politeia” ossia di governo della polis e per estensione delle strutture sociali più ampie come gli stati sovrani.

La considerazione è quella che riguarda il mondo nel quale i politici, mutatis mutandis, guardano alle scelte elettorali dei cittadini, di quel popolo del quale ci si riempe la bocca nel tentativo di riempire le piazze fisiche o virtuali. Un governo come l’attuale, indicato del cambiamento, un contratto di governo che si propone di creare un nuovo paese, dovrebbe per definizione ascoltare, sentire quello che il paese ha da dire e nel modo in cui periodicamente indica la propria volontà e che costituisce costituzionalmente il momento della sintesi.

I rappresentanti gialloverdi si pongono in questo alveo di pensiero, applicano queste semplici regole? Assolutamente no! In questo ambito il cambiamento è dimenticato e le analisi e le conseguenze vengono “interpretate” ad usum, cioè secondo i propri interessi. Si dirà è quello che hanno fatto per decenni coloro che hanno governato in passato con i risultati che vediamo. Certo è argomento interessante per analisi politica e sociologica e per spiegare l’oggi. Ma non giustifica o qualifica quello che fanno coloro che ora hanno le redini del paese e dai quali ci si aspetterebbe una visione più alta e complessiva del valore da attribuire a quello che dicono i cittadini.

Le elezioni in Abruzzo e quelle in Sardegna, regioni entrambe alle prese con grandi criticità, ci danno il termometro di quanto stiamo dicendo. Dai risultati escono diverse chiarezze: la protesta che ha portato i grillini da zero a percentuali doppie in pochi mesi assume nuovi connotati e l’onda si ferma, per usare un eufemismo! Prevale un radicamento sociale e politico più classico riportando il movimento ad un livello di testimonianza ma soprattutto ben conscio della prova amministrativa e politica che sta dando a livello locale e soprattutto nazionale. Quale risposta arriva dai leader: ci siamo, non ci elimineranno, i cittadini capiranno, andiamo avanti, si tratta di elezioni locali e via dicendo. C’è qualche differenza tra queste affermazioni e quelle attribuibili ad esponenti di altri tradizionali partiti? Neppure una inezia!

Di più il vanto del movimento, non essere una forza tradizionale, si incrina e si pensa a strutturarlo come un partito! Ma allora la diversità, il cambiamento? Sono sempre i cittadini che non capiscono, che si lasciano guidare dal momento e dalle vecchie volpi? Se non fossero pessime battute, sarebbero offensive come quelle per decenni utilizzate per guardare nella testa degli italiani! La realtà è che il popolo italiano sa vedere con estrema chiarezza la realtà di tutti i giorni e la commisura con gli alti proclami e le realizzazioni e dà consistenza a questi sentimenti votando a volte per protesta e per dare lezioni ai politici, altre volte per indicare strade migliori. E di questo occorre tenere conto! Di questo stato di cose si è reso conto persino il guru, garante ma sempre più defilato, che è arrivato persino a dire “non siamo all’altezza!”.

Alto lamento certo, forse un po’ tardivo e al quale i suoi epigoni rispondono diventando sempre più simili ai politici di una volta. Sì, quelli sempre aborriti e criticati! Come cambiamento non c’è male. Opposto ma in sintonia, il modo nel quale l’altro contraente di governo, la Lega, interpreta i dati elettorali. Peccato che gli elettori stiano indicando qualcosa di preciso che ci si ostina a non vedere: nel vuoto della sinistra ancora in cerca di identità, il popolo vuole qualcuno che sappia o abbia dimostrato, pur con errori e carenze, di governare il paese e i grandi cambiamenti epocali in atto e non solo da noi! Quando da una regione all’altra il centrodestra che in sostanza non esisterebbe capta la volontà di quasi metà dell’elettorato e archivia ipotesi di cambiamento non ben chiaro, questo vuol dire che quasi metà di chi vota sta indicando qualcosa, così come nell’equilibrio della coalizione per ora inesistente, è la Lega ad assumere il ruolo guida.

Ad adiuvandum, oltre a mettere in angolo i cinquestelle, è il centrosinistra che ancorché minoritario assume il ruolo di contraltare. Un ritorno ai vecchi tempi? Certamente no. Ma una ricerca di stabilità e attendibilità sicuramente. Sapendo anche che la protesta e il velleitarismo non sono scomparsi, ma sono lì in attesa di nuove stagioni di auge!

Però, a livello nazionale, il leader leghista dice l’opzione centrodestra non esiste e che continua l’alleanza gialloverde. Incomprensibile? Non del tutto. Il successo deve avere altre e ben consistenti prove, la leadership deve consolidarsi, anche se le regioni amministrate dal centrodestra - che non esisterebbe -  sono ormai la metà del paese ridisegnando la mappa conosciuta e nella quale i grillini non esistono.

Che dire! La politica in quanto arte del possibile potrebbe anche stupirci ancora. E tuttavia permane lo iato tra la volontà popolare che si esprime e le alchimie che la politica immagina per interpretarla. Un vecchio vizio italico che non sembra abbandonare né la vecchia politica né quella del cambiamento!

In mezzo... scorre il fiume!

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