Maschere teatrali (fonte foto Pixabay)

La contraddizione sembra essere l’elemento distintivo del governo

La commedia degli equivoci
di Roberto Mostarda

E siamo al dopo la forsennata corsa all’approvazione della legge finanziaria e di bilancio che ha concluso l’anno del primo governo grillo leghista. Un anno fatto di tanti annunci, tante promesse e tante immaginifiche trovate che ora dovranno misurarsi con i fatti.

La prima considerazione da fare è che, nonostante sondaggi ancora confortanti, sembra che la spinta propulsiva dell’esecutivo del cambiamento abbia subito qualche evidente rallentamento. Per almeno due ragioni: una è il realismo politico necessario per guidare il paese, l’altra la fine della sostanziale luna di miele con un elettorato arrabbiato e voglioso di cambiare non si sa per dove ma cambiare.

Il realismo è apparso evidente nella crescita del ruolo del premier Conte che ha assunto una evidente funzione stabilizzatrice e di correzione di rotta (con l’ausilio determinante del ministro Tria), trasformando il suo handicap iniziale di “araba fenice” di un esecutivo trifronte, in un elemento di forza che nasce proprio dalla sua debolezza ossia il non essere espressione di un apparato politico ma di essere il collante necessario di una armata brancaleone quale si sta mostrando l’alleanze gialloverde.

Di fronte al rischio di un tracollo parlamentare e di una crisi sempre alla porta malgrado le rassicurazioni reciproche, il premier ha fatto sentire la sua voce e il suo ruolo calmierando pretese e riconducendo la guida del governo nelle sue mani. Un ruolo che continuerà? Difficile dirlo. Tuttavia è evidente che la stessa necessità di portare a compimento le grandi riforme previste nel contratto su sicurezza e migranti,  lavoro,  reddito di cittadinanza e previdenza, non permettono in futuro tentennamenti e baruffe, ma una precisa volontà politica per essere condotte in proto e realizzate.

Un collante forte, come quello di restare al governo, che dovranno fare i conti con il secondo elemento: le elezioni europee e lo scenario del continente che da esse uscirà. Mai come in questo 2019 è stata forte l’incertezza sull’Europa e sul suo ruolo. Le forze politiche che hanno costruito l’Unione, quelle storiche famiglie costituitesi nel dopoguerra, mostrano forti segni di crisi per non aver saputo cogliere i segni profondi di un malessere che non è soltanto economico, ma soprattutto sociale.

Il fenomeno migratorio incontrollato ha fatto da detonatore ad un’insicurezza che nasce dal ridimensionamento epocale che il vecchio continente sta subendo di fronte ai consueti e ai nuovi attori mondiali. Stati Uniti, Cina, Russia e loro alleati sono pur sempre potenze di rango mondiale e per l’Unione la sfida è sempre più quella di esistere e partecipare alla sfida globale. Evidente che l’esistenza di un’Europa forte e coesa è stato sino ad ora (pur nelle difficoltà crescenti) un elemento di equilibrio e per ciò stesso da molte capitali si è tentato e si tenta di indebolirla perché l’area che essa rappresenta è stata sino ad oggi l’area della democrazia, dei forti principi legati ai diritti umani, della ricerca della pace mondiale.

La morsa economica nei principali paesi dell’Unione unita alla miopia di molti suoi politici, ad un nazionalismo tanto rabbioso quanto inconsistente  (nessun paese europeo sarebbe in grado da solo di avere un ruolo mondiale e per questo la Brexit rischia di essere una tragedia per Londra) ha minato questo ruolo e l’incompiutezza dell’unione non tanto politica che resta ancora un miraggio, ma bancaria ed economica sta producendo frizioni e opposizioni interne che mettono a rischio il disegno comune.

In questo ambito, i contraenti del governo italiano parlano di Europa da ricostruire ma senza indicare come, di euro da cui non si può uscire ma al tempo stesso su cui si spara a zero soffiando sul malcontento, di politica di sicurezza che scimmiotta le decisioni isolazioniste dell’America trumpiana senza tenere conto delle differenze fondamentali, ontologiche sarebbe da dire, dei fenomeni che minacciano il “muro”mentale ancora non costruito del tutto in Usa e la reale ondata che investe l’Europa sulla quale si puntano le mire di un intero continente tradito, l’Africa. Non servono muri, non servono steccati, ma serve per la prima volta da secoli, una politica comune che faccia finalmente superare la logica post coloniale che ancora anima qualche attore continentale, per aiutare realmente e non soltanto a parole il continente che si affaccia a sud dell’Europa!

L’idea stessa di Europa, richiamandosi ai principi fondatori, ha un senso se siamo un elemento che unisce e non divide. La storia stessa del continente travagliato per secoli e secoli da guerre e discordie di ogni genere dimostra esattamente questo assunto. Tornare anche soltanto a parole verso quella visione è mortale per l’Unione ma anche per i paesi che ne fanno parte ed è una perdita per tutto lo scacchiere mondiale. Prima ci si renderà conto di questo e meglio sarà!

E’ su questo che i nostri partiti, di governo e non, dovrebbero guardare avviandosi alle elezioni. Se invece continuerà la solita commedia degli equivoci  che ogni giorno si ripropone ai nostri occhi, il destino europeo resterà fuori dall’ottica politica e sul terreno dell’Unione si proseguirà soltanto lo scontro interno senza quartiere. Con l’aggravante che il nuovo che avanza, in realtà avanzava una volta e oggi il realismo sembra prenderne il posto.  Con promesse mancate e speranze tradite e gli italiani potrebbero chiedere il conto!

 

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