Botte di vino (fonte foto Pixabay)

I limiti del serrato confronto del Governo con l’Unione Europea

Verità “vere” e verità di comodo
di Roberto Mostarda

Un antico detto recita “non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca”. Nell’epoca del governo gialloverde, del governo del popolo e del cambiamento, forse l’antica saggezza potrebbe portare consiglio ai vice premier impegnati in una singolar tenzone tra di loro sulla primazia nell’azione politica. In gioco non ci sono solo le loro carriere politiche e/o governative, ma il rispetto per il popolo e quello degli impegni che il nostro paese ha liberamente sottoscritto e ai quali, come in ogni contratto serio ci si dovrebbe attenere.

Il proverbio suddetto, in buona sostanza, indica la strada della moderazione e del contemperamento degli interessi senza fughe in territori rischiosi e senza far saltare il banco per così dire: se la coperta è corta non la si può tirare di qua e di là perché alla fine rischia di strapparsi, divenire inutile o peggio oggetto di bottino a pezzi. Ecco perché il continuo rimpallo dei due vice premier sul filo del “tu fai questo e allora io faccio quello....” oltreché stucchevole rischia di diventare pericoloso per la tenuta complessiva del Paese e delle sue strutture democratiche , parlamentari e soprattutto sociali.

Gli elementi di base, i fondamentali per così dire, quali sono: il nostro debito pubblico è una palla al piede di ogni sforzo per riavviare ripresa, sviluppo e giustizia sociale più facile se l’economia è a vele spiegate; ogni idea di utilizzare deficit e dunque aumentare questo debito per quanto condivisibili possano essere le motivazioni di redistribuire reddito, porta con sé l’esatto opposto: l’aumento del peso debitorio in testa a tutti i cittadini; la redistribuzione del reddito soprattutto a favore delle fasce sociali più deboli è certamente azione doverosa ma perseguirla con la compressione e violazione dei diritti altrui non è cosa sensata.

Il contratto sociale prevede che gli impegni presi si mantengano. Dunque pensare di fare qualcosa a danno di qualcuno non è una posizione lungimirante; soprattutto su questo punto a scanso di equivoci la pur condivisibile teoria del prelievo sui redditi più alti ha senso se viene seguita dal rispetto costituzionale per i doveri, ma anche dei diritti di tutti i cittadini, meglio sarebbe una coerente azione di convincimento a chi ha di più a dare a chi ha di meno. Non una bella azione edificante ma un riequilibrio utile che tuttavia in un sistema democratico con può essere conseguito con ukase o interventi sanzionatori ma con una condivisione dell’obiettivo di rimettere in sesto bilanci e compatibilità economiche e sociali; ogni azione improntata a populismo demagogico impatta sulla reazione di categorie sociali che non sono più privilegiate ma costrette dalla crisi a stringere la cinghia.

Come dimostrano gli eventi in Francia di queste settimane, occorre evitare conflitti tra poveri o tra classi sociali (terminologia d’antan ma utile in assenza di nuovi strumenti interpretativi) perché questo genera soltanto tensione tra i cittadini, provoca divisioni e non affronta i nodi alla base delle disuguaglianze. La violenza in Francia non ha ancora attecchito nel nostro paese ma per molti la misura è già colma come dimostrano manifestazioni ed interventi di componenti sociali più che altro dedite a produrre più che a parlare o teorizzare.

Tutto questo non va favorito esasperando dissidi e punti di vista opposti. Quanto avviene ogni volta che si parla di infrastrutture o di alta velocità, o di tap mostra come il particulare intenda imporre la propria volontà all’interesse generale e dunque senza una chiara strategia (non certo la follia della decrescita felice con viadotti trasformati in outlet, porti in parchi acquatici e via dicendo) e scelte coerenti ad un paese che aspira ancora ad essere tra le prime nazioni produttive al mondo e non un paesaggio di cattedrali nel deserto.

Il braccio di ferro con l’Unione Europea, singolarmente schierata senza eccezioni per una procedura di infrazione all’Italia se non si rispetteranno i parametri degli accordi comuni in tema finanziario e di bilancio, non può avere come risposta un balletto tragico condito di affermazioni stolide come quelle che si rincorrono ogni giorno. Le promesse elettorali condotte alla realtà stanno mostrando la corda e questa altro non è che la compatibilità con le regole comuni e il rispetto del fardello del debito che ci trasciniamo dietro e che non può essere contenuto con misure episodiche o peggio fatto lievitare con misure elettoralistiche ed inefficaci.

E’ un bagno di realtà quello che chi ci governa dovrebbe fare invece di propalare narrazioni fatte di continui scontri o bracci di ferro con le istituzioni europee quando chiedono correzioni visibili e non episodiche dei conti sotto esame. Il tempo stringe e ormai prima di Natale si rischia di avere la decisione di Bruxelles, mentre il premier cerca di tessere un dialogo e i vice premier smontano ogni giorno quello che lui e il ministro Tria tessono ogni notte di defatiganti maratone. Così non solo non si fa un passo nella direzione migliore ma si perde terreno e non si va da nessuna parte: prima o poi occorre decidere. E ogni decisione porta con sé delle conseguenze che possono essere politiche o tra pochi mesi elettorali e, tuttavia, chi si arroga il diritto di rappresentare il popolo deve anche applicare il dovere della chiarezza, della linearità e della coerenza non con le promesse elettorali ma con gli interessi veri in gioco, quelli del popolo italiano!

 

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