The Three Wise Monkeys carved on a stable housing sacred horses at Tōshōgū shrine, Nikkō, Japan

Il caso della presunta  “manina”. E intanto Grillo…

Il Governo: non vedo, non sento, non parlo
di Roberto Mostarda

Non sembri un riferimento irriguardoso quello ai tre primati che rappresentano plasticamente la volontà di non capire e di non confrontarsi ma di voler andare avanti e tuttavia il caso della manina che avrebbe “nottetempo” ed insalutata ospite inserito o modificato un comma del documento sui provvedimenti fiscali nell’ambito del più generale Documento di economia e finanza, in sostanza il programma economico dei prossimi anni, non può non lasciar senza parole! In diversi sensi, peraltro.

In primo luogo si parla di uno dei passaggi cruciali, quello fiscale chiesto dalla Lega, al pari di quello sul reddito di cittadinanza proposto dai cinquestelle. Ora è pensabile, malgrado le nottate passate dal governo riunito e la stanchezza imperante che non ci si sia accorti che le misure indicate configuravano un vero e proprio condono? Inesperienza sì, si può ancora dire, ma disattenzione con commi che appaiono e scompaiono, questo certamente è molto meno credibile e qui nasce la seconda lettura dell’accaduto.

I grillini e la compagine al governo con Di Maio avvertono una forte negatività da parte della propria base di riferimento legata al programma originario del vaffa, del tutti a casa del vecchio regime e su ogni aspetto palingenetico, ancorché irrealizzabile e senza contatto con la realtà. Una negatività che si manifesta con proteste più o meno velate in giro per il paese e nelle roccheforti pentastellate, ma anche nei ranghi parlamentari del partito di maggioranza. Mugugni, voci di corridoio, qualche lamento, che tuttavia trovano spesso sponda nelle parole del presidente della Camera Fico e nelle incursioni da raider di Di Battista che ha, finalmente, comunicato il suo ritorno, un po’ come Napoleone dopo l’Elba, annunciando cambiamenti e sfracelli e contro le timidezze dei suoi compagni di partito nell’esecutivo.

In sostanza, sono le prime avvisaglie che a seconda del risultato del movimento alle europee, una sorta di resa dei conti con il gruppo governativo di Di Maio, potrebbe anche verificarsi. Certo con le caratteristiche, le particolarità e le singolarità del dibattito confronto all’interno del vasto panorama della creatura grillina, non ancora un partito ma certamente una squadra di governo ancorché apprendista stregone.

Il passaggio del voto europeo, ancorché visto in ottica interna potrebbe costituire uno spartiacque sia per l’incognita sul quanto cresceranno i partiti populisti e antisistema, sia per quanto reggeranno le forze storiche socialdemocratiche e popolari, sia per le collocazioni future che Lega e Cinquestelle assumeranno nell’emiciclo di Strasburgo e negli equilibri che si creeranno a Bruxelles. Un altro metro di valutazione per capire quanto ancora sia presente la volontà antieuro ed antieuropea attualmente attutita nel confronto economico e finanziario ma agitata in particolar modo da Salvini come la chiave futura di un continente governato da una nuova idea e da una nuova visione tra popoli e stati.

Difficile dire sin da ora, pur cercando di fiutare la famosa aria che tira, cosa accadrà, atteso che qualcosa di sicuro avverrà e con essa occorrerà convivere e fare i conti negli anni a venire.

Ora, la contesa con i commissari di Bruxelles assorbe le energie ma viene vista come una forzatura stante il cambiamento prossimo venturo dato per inevitabile. Peccato che da più parti, anche quelle più populiste e vicine a leghisti e pentastellati sono già arrivati segnali non molto rassicuranti sulla posizione intransigente assunta sui conti pubblici e le misure economiche al vaglio europeo. Come a dire che anche senza Juncker, Moscovici, la Merkel o Macron, il cammino dell’esecutivo potrebbe non essere né semplice, né sicuro. Non vi sono nei leader europei più populisti simpatie per deficit eccessivi e rischi di contagio.

Sullo sfondo, intanto, si affrontano e si discutono scenari, il voto in Trentino Alto Adige mostra la crescita leghista e lo stop grillino, e tutti si chiedono se l’alleanza di governo sarà di legislatura o prevarranno le divisioni. Dipenderà anche da come andranno gli altri partiti per ora spettatori alla finestra. Per il Pd alla ricerca di una nuova leadership, il vagheggiare rotture e alleanze ancorché tattiche con i grillini sembra quasi un compito ineluttabile pur non riuscendo ancora a comprendere come possa conciliarsi la storia anche recente del partito con i seguaci del guru e le loro idee. Intanto nel centrodestra è sempre più evidente come la Lega sia il traino e Forza Italia sembri più un partito critico di testimonianza, anche se il richiamo di un centrodestra unito è ancora forte anche nelle previsioni elettorali. Tutte pagine da scrivere, mentre si dipana il duello a Bruxelles che potrebbe a seconda del suo risultato presentare scenari differenti e non coincidenti e conciliabili.

La nebbia è ancora fitta e l’orizzonte poco chiaro. Per agitare un po’ le acque alla sua maniera che eccentrica è dir poco, il guru ha attaccato il Quirinale e parlato di riduzione dei “poteri” del capo dello Stato. Come a dire, non sapendo, non volendo e non potendo fare altro si è inventato un totem da combattere come nei suoi soliloqui teatrali. Un colpo di teatro che ha peraltro trovato una netta reazione negativa in tutti e persino nei grillini in Parlamento e al Governo che non potendo sconfessare il loro garante, hanno sottolineato con imbarazzo che la questione non è nel programma e che si è trattato di un’opinione personale. In un momento in cui il presidente della Repubblica si sta spendendo per un dialogo positivo con l’Europa, un’uscita certamente insensata e controproducente!

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