Uomo con binocolo (fonte: Pixabay)

Sparite le vecchie categorie politiche, restano però complessità ed equivoci

Tra ossessioni ed alibi
di Roberto Mostarda

Non sembri esercizio retorico quello di avviare questa modesta riflessione su temi che da qualche parte potrebbero essere definiti superati od ultronei. E’ infatti necessario capire da dove si parte per comprendere dove si può arrivare: quella che viene definita l’eterogenesi dei fini!

Il primo assunto è dunque quello che esiste almeno da quando esiste la Repubblica. Il fascismo, la guerra, la Liberazione, il dopoguerra, hanno creato in una parte di chi ha vinto una sorta di precondizione politica che invece di aiutare a comprendere il paese ed aiutarne l’evoluzione ha cristallizzato in categorie intoccabili atti, gesti, comportamenti interpretando in modo estensivo e non sempre lineare, le norme chiarissime ed inequivocabili che la Costituzione pone a difesa di se stessa, della Repubblica e della democrazia. Per molti decenni abbiamo assistito alla mitizzazione di una stagione cruenta ma fondante del paese, incuranti di quel che accadeva nel mondo e riottosi a qualsiasi analisi che non mettesse in crisi, ma semplicemente ragionasse non sui principi ma sull’azione politica. Il risultato è stato quello di creare le premesse di una reazione quasi opposta che gli avvenimenti di questi anni e di questi ultimi mesi manifestano chiaramente.

Quando cioè la convinzione di essere nel giusto si è trasformata in paraocchi si è sviluppata una vera e propria ossessione, stato che mal si concilia con l’esercizio politico e democratico che pure si vorrebbe garantire. Parliamo ovviamente della sinistra italiana alle prese con la più grave crisi della sua storia. Ebbene a parte l’ala estrema di Liberi e uguali (ridotta stalinista si potrebbe dire in sedicesimo) è nel corpaccione scosso del Pd che si agitano proprio quei fantasmi deleteri. Per cercare di risalire nei consensi, di riavvicinare la base sociale che un tempo costituiva il fulcro non si trovano formule e scelte che non passino inevitabilmente da un assioma: vedere la destra ovunque.

Naturalmente, quella che una volta si diceva vigilanza democratica e che oggi potremmo definire difesa della democrazia come la conosciamo tout court (pur con qualche miglioria opportuna e necessaria) resta un elemento centrale. Contenere ogni spinta degenerativa, ogni violazione di diritti costituzionali è e rimane il faro necessario. Tuttavia attribuire lo stato dell’Italia attuale e del suo panorama politico alle destre, al fascismo storico che ritorna, altro non fa che alimentare per reazione quelle pulsioni non concepibili in assoluto settanta anni dopo e la cui presenza strisciante si avverte in tutte le democrazie occidentali più moderne. In sostanza, occorre che la famosa analisi politica che costituiva vanto e metro dell’agire di quest’area politica, riaffermi la sua vigenza senza indugiare in comode ricostruzioni nelle quali le responsabilità non sono di chi ha potuto governare per decenni, ma sempre e comunque delle destre. Espressione peraltro tanto vaga e scontata da essere inutile e controproducente. Un po’ di umiltà, un po’ di realismo, un po’ di contatto con la realtà non solo sono necessari ma imprescindibili. Al contrario ininfluenza e marginalità posso divenire condizione naturale relegando ad un ruolo di sterile testimonianza.

Anche perché, e veniamo al secondo corno della fiamma antica, l’ossessione della sinistra diviene quasi per deduzione l’alibi della destra: ossia accusare sempre la sinistra per lo sfascio, la degenerazione e oggi anche per l’immigrazione e le crisi che sono endogene certo ma anche esogene alla nostra società avanzata ma non troppo, soprattutto bloccata in una macchina del tempo che sembra girare a vuoto ed in tondo. Le soluzioni di un governo moderato o di destra non sono quelle di smantellare quanto fatto dalla sinistra (strano sport vicendevole) ma piuttosto di agire e toccare quelli che sono i nodi e i pesi che il sistema si porta dietro per mancate decisioni storiche, per ritardi dovuti all’incapacità di incidere sulle contraddizioni invece di alimentarle a proprio vantaggio. Non si tratta di deideologgizzare il paese, ma di far si che le idee tornino a crescere e moltiplicarsi e ad invadere la società, che si finisca di vivere di revanscismi, impossibili miti e vacue palingenesi. L’etica deve aiutare la crescita non divenire baluardo di contraddizioni o di derive inaccettabili.

La nostra società per tre quarti è composta di persone che non erano grandi ai tempi del fascismo e che non possono essere o definirsi tali, così come residuale è la percentuale di coloro che possono ricordare la rivoluzione sovietica per essere stati presenti in quei tempi. Studio, analisi, riflessione devono riguardare la storia del novecento, ma negli anni che viviamo dobbiamo avviare una nuova stagione di politica non crogiolarsi su quello che divide o meglio divideva quasi un secolo fa.

La politica deve guardare avanti e pensare al futuro della società, immaginarlo e non paventarlo, saper imbrigliare e guidare i fenomeni e non essere sempre all’inseguimento. In questo ambito, continuare a dibattere, scontrarsi, contrapporsi in termini di sinistra e di destra è un vacuo ritornello adatto per chi non vuol crescere. La realtà fattuale impone scelte che privilegino e difendano i diritti delle persone in ogni ambito, dallo studio, al lavoro, nella famiglia. Senza creare dannosi riferimenti ideologici, e soprattutto, rivangare forme o degenerazioni ideologiche che la storia ha sepolto. Guardare avanti insomma, perché sollevare le pietre tombali ha sempre condannato il mondo alle guerre, agli stermini e alla sopraffazione!

 

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