Senato della Repubblica, 05/06/2018 - Le comunicazioni del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte

Risposte semplici a problemi complessi

Il rischio del post
di Roberto Mostarda

Chi scrive non può certo definirsi nativo digitale e la consapevolezza di rincorrere ogni innovazione è quotidiana. Post o non post, twitter, alert vari, video fanno parte della vita delle giovani generazioni e anche di chi giovane lo è meno ma deve stare al passo con i tempi pena un isolamento in mezzo alla folla e al mondo che va avanti.
Una premessa necessaria per la riflessione che segue. Da alcune settimane è al lavoro il nuovo governo tra Lega e Cinquestelle e lo sforzo evidente dei leader oggi a Palazzo Chigi e ministri appare quello di fare le affermazioni più popolari, legate ai problemi concreti della gente, ai timori, alle aspettative. E’ il dna del nuovo esecutivo e dei movimenti che lo sostengono. Una rincorsa pressoché quotidiana per essere citati, apparire sui media, cercando il consenso plateale o meno alle proprie ricette.
Nella passata legislatura, sembra un secolo fa, il costume era già noto. Ne erano protagonisti i partiti al governo e le opposizioni. Con un evidente lacuna logica: fare affermazioni popolari quando si è al governo, facendo pensare di avere la famosa bacchetta magica non è molto lungimirante, così come fare affermazioni apodittiche che non tengono conto del sentire comune, quasi a distinguere tra chi rispetta principi e valori e chi li vuole mettere in discussione! Per chi era allora all’opposizione il compito era più semplice e ovvio: bastava sempre e comunque dichiararsi contro, pronti a cambiare tutto una volta arrivati al governo, certi delle proprie idee o a volte visioni. 
Quello al quale assistiamo in queste prime battute è qualcosa di simile, ma al tempo stesso diverso. I ruoli di cui abbiamo appena fatto cenno ci appaiono infatti, se possibile, ancor più intricati e confusi. Difficile a volte comprendere se chi parla è al timone del paese o sulle barricate. Più volte si è sottolineato come carente in modo imbarazzante sia in tutti gli attori il “senso dello Stato”, cioè di tutti noi quale comunità nazionale. Sentire parlare i leader di qualsiasi area fa rimanere attoniti per lo iato evidente tra la realtà e la conoscenza e rappresentazione che essi ne danno a sostegno delle proprie tesi.
C’è però una ulteriore differenza da sottolineare. Oggi possiamo dire che non essendovi una competenza conclamata se non per alcuni componenti dell’esecutivo, l’immaginazione regna incontrastata ed è per così dire “al potere” con cinquant’anni di ritardo rispetto allo slogan del Sessantotto. Occorre certamente farsi le ossa, imparare sul campo, nessuno nasce per andare al governo, ma una volta che ci si trova lì, è necessario che prevalga la coscienza del ruolo che non è quello di dividere la società, stigmatizzare come reprobi una parte e come vittime un’altra. Dialogo, composizione degli interessi , confronto anche serrato sono le strade da percorrere. Chiusure, niet ancorché popolari ma contro logica e intelligenza, non danno questa sensazione. Per governare il sistema e il paese, occorre conoscerlo a fondo e con chiarezza anche per tentare di modificarne le criticità. Solo che la visione di quando si era all’opposizione non è e non può essere quella di oggi che ci si trova a dover decidere.
E questo vale sia per l’emergenza migranti che per quella anch’essa drammatica del lavoro in un paese che stando a tweet imbarazzanti si vorrebbe trasformare in una specie di parco giochi, ad usum di coloro che nel mondo ormai hanno potenza e ricchezza finanziaria, dimenticando la natura dell’italiano medio fatta di intelligenza, intuizione ed intraprendenza, qualità che ancora ci vedono ai vertici di molti settori produttivi o presenti qualificati in altri. Non replicare dunque – ad esempio - ad affermazioni surreali come quelle del comico guru sul destino radioso dell’Ilva ridotta a Disneyland respingendo chi vuole salvare la produzione di acciaio del nostro paese e il suo più grande stabilimento, non mostra grande realismo (un’altra qualità nazionale carente) ma liscia il pelo alla tendenza palingenetica della decrescita felice, altro parto della stessa mente comica, dimenticando che la regola aurea “primum vivere deinde philosofare”, impone di avere quanto necessario alla sopravvivenza e questo si ottiene lavorando, producendo, costruendo, assicurando gli strumenti di vita e di lavoro ai cittadini.
Sull’emergenza sbarchi è certamente popolare e condiviso chiudere i nostri porti, un consenso facile per cui è bastato un tweet e una disposizione dal Viminale. Resta il fatto che i flussi di disperazione non si fermano davanti al muro teorico che si è creato e che la legge del mare impedisce ai nostri marinai e allo Stato di guardare e non intervenire. Salvare è un obbligo morale e materiale riconosciuto da millenni persino in caso di guerre, e dunque dovremo continuare a farlo e con i famosi soldi dei contribuenti le navi militari e della guardia costiera dovranno soccorrere, recuperare e poi portare in giro nel Mediterraneo i migranti alla deriva per trovare un porto di accoglienza. Un’idea popolare non sempre è quella migliore e prima o poi la dura realtà ci mettera in condizioni di dover trovare una soluzione, europea o meno sarà da vedere.
Due esempi, tra centinaia che si possono trovare nella realtà, di come non solo la realtà supera la fantasia ma di come per trovare soluzioni non si può alimentare la fantasia alla ricerca di soluzioni. Occorre concretezza e realismo, non solo muscoli e poco ingegno, anche sè è certamente più facile.
Il vero rischio da contrastare e da evitare è che si continui a percorrere la strada che vede risposte semplici a problemi complessi. La prudenza mostrata in queste settimane dal responsabile dell’economia appare positiva ed è augurabile che non prevalga la politica delle “x” battute ad effetto, ma inutili per la soluzione del problema. 

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