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Cinquestelle in affanno, Lega in crescita, gli altri a contorno

Il governo e il voto amministrativo
di Roberto Mostarda

Sette milioni di elettori, qualche centinaio di comuni medi e medio grandi, al voto per la tornata amministrativa di domenica scorsa e quello che appariva come uno scenario in via di stabilizzazione dopo il travagliato iter che ha portato al nuovo esecutivo, è cambiato di nuovo ponendoci ancora una volta e in un lasso temporale brevissimo di fronte alla fluidità che ormai fa parte integrante della visione politica dei cittadini. Due le indicazioni principali: il movimento cinquestelle segna il passo, i suoi candidati spesso sono esclusi dal ballottaggio e la percentuale a doppia cifra delle politiche sembra scricchiolare; la Lega al contrario continua a crescere e fa il pieno più o meno scontato nel nord, ma mostra un forte trend di crescita anche al centro e al sud dove sinora era relegata a percentuali minime! Accanto a questa immagine principale, prosegue la crisi delle forze più tradizionali: Forza Italia e il Pd. Con una differenza, però, che mentre i democratici scontano un forte isolamento e lo scollamento della loro base sociale, per il partito di Berlusconi le percentuali continuano a diminuire ma i suoi voti appaiono sovente determinanti per i candidati di centrodestra.

Inutile pensare di trarre indicazioni da quanto sopra, stante la forte mobilità elettorale di queste ultime stagioni. Tuttavia è di tutta evidenza che qualcosa nel messaggio pentastellato non sta funzionando come dovrebbe  e questo non può che far riflettere i dirigenti del movimento che per ora sembrano reagire in puro stile retrò, accusando sempre qualcun altro e, nel nostro caso, il partito guidato da Salvini che fa la parte del leone. A prevalere sono alcuni toni duri del leader leghista sul fronte migranti o in tema di pensioni che incontrano il favore di una popolazione alla ricerca di punti fermi per provare a guardare al futuro. E tengono vicini all’esecutivo Fratelli d’Italia.

Un altro elemento che si legge è un contenimento delle perdite di Forza Italia e una complessiva ancorché abbozzata tenuta dell’area di centrodestra che si conferma e spesso di gran lunga vincitrice rispetto agli altri competitor. Anche se quel che sta mutando è il dna accentuandosi un forte contenuto che potremmo definire non del tutto impropriamente anti sistema a trazione leghista con parole d’ordine populiste e soprattutto fatte di idee forza sempre più lontane dalla caratteristica posizione liberaldemocratica che fu di Forza Italia.

E’ chiaro che questo elemento non sarà ininfluente nel confronto politico in atto e soprattutto sarà elemento distintivo del processo di differenziazione che Salvini intende rafforzare e incentivare rispetto ai cinque stelle con i quali si trova al governo. Uno dei punti chiari delle amministrative è infatti che in vista dei ballottaggi il centrodestra o la Lega da sola dichiarano la loro alternatività al M5S.

Per Di Maio si pongono una serie di quesiti. In primo luogo il confronto interno nella compagine governativa dove l’attivismo incisivo di Salvini rischia di creare più di qualche malumore, dall’altro la necessità di identificare il dna specifico del Movimento ora al governo del Paese. Compito non facile. La genericità e permeabilità del messaggio pentastellato se è servito in campagna elettorale ad allargare la base di riferimento rischia ora di portare elementi divisivi che, in assenza del guru ormai in posizione distaccata, potrebbero minare la compattezza apparente facendo emergere differenze non solo personali e caratteriali dei leader ma piuttosto di orientamento politico per quanto complesso e difficile da decrittare con le categorie storiche che spesso si usano. Anche se una connotazione più a sinistra emerge nel ruolo che sta cercando di ritagliarsi il presidente della Camera, Fico. E’ tuttavia prematuro o forse illusorio pensare di comprendere le dinamiche interne e la loro evoluzione almeno nel breve e medio periodo. Il collante governativo infatti sta sopendo molte criticità e questo potrebbe durare a lungo.     

Per la sinistra e in essa il Pd, il cammino nel deserto non sembra ancora concludersi. E’ vero che in alcuni centri i candidati del partito sono in vantaggio o eletti al primo turno, ma per una forza sino a ieri governativa e maggioritaria nel paese, non è un gran conforto. La vera scommessa è ricostruire gli elementi distintivi di una componente progressista e di una sinistra moderna. Appare chiaro a tutti che non esistono le condizioni di un riavvicinamento con Liberi e Uguali dove la componente massimalista sta già scaldando i motori di tutte le possibili aree dure e pure con richiami al passato lontani mille miglia dal sentire comune. La sfida è invece quella di allargare il consenso e la base sociale su idee e programmi per interpretare il disagio diffuso di quasi metà del paese che non si riconosce nei nuovi governati ma non riesce più a fidarsi della “vecchia” politica nonostante il refresh renziano. Sono aree tendenzialmente moderate e non di centrodestra che vanno convinte sulla base di un’azione seria, ferma e coerente contro le derive populiste, ma senza revanscismi o derive anche in questo caso in direzione di un passato morto e sepolto e per superare il quale e le logiche conseguenti e dannose, il Pd era nato.

Archiviato dunque anche il voto amministrativo, con una geografia nazionale nuovamente in movimento, tutti i partiti e movimenti devono misurarsi con la volontà popolare che ha imparato ad esprimere in modi nuovi e non consueti, spostando il consenso fuori dagli schemi conosciuti. Inutile e superficiale continuare a porsi domande sull’intelligenza degli elettori, ma comprendere che quella volontà popolare alla quale tutti si rifanno per proprio interesse è ormai in condizioni di cambiare il volto del paese, elezione dopo elezione. E che in un sistema democratico come vogliamo che il nostro sia , questo è il dato ontologico, la volontà popolare va capita non va criticata!

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