Fonte: Sito ufficiale Presidenza del Consiglio

I primi passi del governo tra Lega e Cinquestelle

Idee, promesse e senso dello Stato
di Roberto Mostarda

Il cammino del nuovo esecutivo tra Cinquestelle e Lega rappresenta un banco di prova per entrambi i due attori. Per i primi costituisce un ulteriore salto dopo quello dal vaffa alla parlamentarizzazione del movimento. Ora al governo del paese si misurerà la capacità di tenuta delle idee guida lanciate da Grillo nell’impatto inevitabile che esse avranno con la realtà concreta di un paese da governare e non da moralizzare al suono di parole d’ordine.

E la tenuta non riguarderà soltanto la squadra di governo, ma piuttosto quella base intransigente che sinora è stata in silenzio ma che potrebbe – se il movimento va considerato genuino – chiedere conto del possibile conformismo inevitabile quando si arriva nella stanza dei bottoni.

Torna alla mente una piccola riflessione di qualche anno fa sul significato di una rivoluzione. Quando essa si realizza deve strutturarsi, ma strutturandosi perde l’immediatezza e si stabilizza con ciò tradendo il suo stesso valore simbolico. Sarà interessante capire che cosa accadrà alla creatura messa in piedi dai due guru.

Per la Lega di Salvini la sfida vera è quella di abbandonare definitivamente i concetti separatisti e divenire una forza nazionale stante il suo trend in crescita in tutto il paese. Al suo arco vi sono indubbiamente le esperienze di governo in tutte le regioni trainanti del nord e la capacità di interpretare in concreto le esigenze della gente, senza intenti moralistici o palingenetici, ma provando a modificare quel costume che ha segnato la seconda repubblica, sintomo del disfacimento e della relativizzazione dei valori politici che avevano fatto nascere la nostra democrazia.

Da anni i leghisti sono attenti ad interpretare il sentire delle categorie produttive, soprattutto delle piccole e medie imprese che costituiscono l’ossatura del nostro sistema produttivo e che l’evoluzione economica e la crisi hanno falcidiato ma non distrutto e che ne resta la parte più attiva e creativa.

Due banchi di prova di non poco momento e che potrebbero segnare un periodo più o meno lungo della nostra vita politica e democratica soprattutto in relazione alle difficoltà degli altri attori, il Pd e i moderati di Forza Italia.

Per il Pd e per la sinistra in senso ampio sta iniziando – al di là di improbabili per ora rovesciamenti della opinione pubblica – una vera e propria navigazione in terra incognita. Da forza alternativa di qualche anno fa era divenuto forza di governo, sistema di governo più precisamente, ed ora si trova in un’opposizione netta nei termini e nelle dimensioni. Errori prospettici e interpretativi della società italiana e lo scontro strisciante e poi palese tra le due componenti originarie cattolica e comunista, hanno alienato il favore popolare e la divisione non sembra ancora essere percepita come uno degli elementi della sconfitta né dalla maggioranza, né dalla minoranza e tanto meno dai fuoriusciti che hanno dato vita a Liberi e Uguali, ultima pattuglia della fu sinistra comunista, sempre convinti di essere gli unici interpreti del popolo e della classe lavoratrice. Proprio quella che nelle ultime elezioni - dopo progressivi spostamenti nelle precedenti – ha decisamente detto di no alla loro visione dei problemi del paese e alle soluzioni prospettate. Con l’amarezza ulteriore che verrà quando la forza delle cose spingerà i governanti a dover assumere decisioni impopolari.

Per Forza Italia più che di navigazione si deve parlare di lenta consunzione, di svuotamento della base sociale una volta moderata e di centrodestra. Un processo che si lega alla evoluzione della presenza dell’unico leader, Berlusconi. Il partito perde il suo ancoraggio anche nel territorio proprio per il lento declino della leadership dell’ex cavaliere e per l’impossibilità di creare una vera classe dirigente capace di operare ed essere nel paese sulle sue forze e non per l’appeal berlusconiano ormai sbiadito. Il contemporaneo trend in crescita della Lega disegna un futuro complesso per i moderati privi di un vero soggetto politico sul quale fare riferimento.

In sostanza il radicalizzarsi populista nel paese è frutto sia delle difficoltà dovute alla lunga crisi, ma anche all’eclissi progressiva di ceti politici moderati e liberali, mai così assenti dal confronto (ormai non è più trendy parlare di dibattito) politico.

Le prime battute del nuovo esecutivo non consentono ancora una valutazione complessiva e razionale. Siamo alla fase nella quale le idee risultate vincenti alle urne e le promesse che ne hanno costituito alimento, devono diventare prassi di governo e amministrazione della cosa pubblica. In poche parole i nuovi governanti dovranno volenti o nolenti mostrare il cosiddetto senso dello Stato. Stare all’opposizione è assai più facile che misurarsi con i problemi spinosi e i ritardi del paese, accusare chi governa di non fare le cose giuste non è così semplice quando le cose giuste devono essere assunte in prima persona. La fase della luna di miele in pratica non sarà lunga. Ben lo sanno i due leader azionisti del premier esecutore. Ecco perché le cartucce populiste più immediate vengono sparate subito. Il neo ministro dell’interno Salvini lancia critiche e parole di fuoco per mostrare i muscoli nella gestione del fenomeno migranti, il suo collega a cinque stelle Di Maio prova ancora ad esaltare la gente grillina con riferimenti al popolo (ora siamo noi!) quasi a indicare negli altri qualcosa che popolo non è! Intanto per non sfigurare il premier Conte annuncia che visiterà tutti i luoghi in difficoltà, esercitando quel ruolo di avvocato del popolo che sembra essersi ritagliato. Solo che ora lui, insieme al capo dello Stato (che lo sa bene) quel popolo lo rappresenta per definizione! E’ sperabile che tutto questo teatrino si esaurisca presto. I temi forti della flat tax e del reddito di cittadinanza, vere e proprie promesse al popolo italiano devono divenire scelte concrete che tengano insieme il sistema economico e finanziario senza fughe antieuropee o derive sul debito pubblico. Un compito immane e un’equazione dai molteplici possibili risultati, non tutti coerenti o confortanti. E questo dilemma apparirà in pressoché tutti i dossier che l’esecutivo si troverà ad affrontare.

Qualcuno ha osservato che la nostra convivenza in Europa si può assimilare in modo grossolano ma efficace a quello di un condominio. In esso, noi siamo quelli che hanno accumulato quote non pagate e che pretendono di fare i lavori necessari al mantenimento della casa comune con l’inevitabile risultato di pagare il nuovo ma senza eliminare il vecchio debito. Prima o poi l’intero edificio comune non avrà i mezzi necessari per andare avanti. E la responsabilità non sarà di coloro che hanno pagato regolarmente. Il danno però sarà per tutti!

Il presidente Mattarella ha assunto dinanzi all’Europa il ruolo che è proprio del Quirinale, di garante del Paese e dei suoi impegni internazionali. Superata l’impasse ha dato il là al nuovo esecutivo ottenendo una serie di garanzie. Vedremo in che modo saranno rispettate nei fatti e nelle scelte! 

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