Young Man with a Skull (dipinto di Fans Hals, 1626 – National Gallery, London)

Consultazioni tra dubbi amletici e inguaribili certezze  

Governo, sindrome shakespeariana
Roberto Mostarda

Essere o ... non essere! Se sia più giusto andare per la propria strada incuranti degli altri compagni di strada o tenere conto della loro presenza. Celiare, simulare o dissimulare mostrandosi quale Giano bifronte, provocare declamando certezze e sicumere o cercare di avvicinare, conciliare, comporre?

Non vogliamo certo misurarci con una sfida impossibile quale quella di tentare di imitare in sedicesimo la logica e la prosa del bardo di Stratford upon Avon, ma certo la tentazione è forte dinanzi alla folcloristica scena della nostra politica alle prese con la squadra del governo e la risposta al rebus che gli elettori italiani hanno affidato con le loro scelte alle elezioni politiche.

Abbiamo più volte sottolineato come i cittadini hanno detto la loro, esercitando il proprio diritto dovere di partecipazione alle scelte comuni nel modo garantito dalla Costituzione, il voto. Ora la loro volontà è davanti agli occhi di tutti e con essa occorre fare i conti, senza ripetere stucchevoli scenari di qualche decennio fa quando si discettava sulla logica, la coerenza e il senso delle scelte elettorali, anche attribuendo ingenerose critiche a chi votando esprimeva compiutamente il proprio punto di vista. E magari senza porsi minimamente il quesito sul perché la propria proposta politica non avesse trovato entusiastica risposta nelle urne.

Proprio in questo sta quel distacco della politica dalla realtà del paese con la quale ci misuriamo ogni giorno da decenni. Potremmo parafrasare il principio giuridico secondo il quale le sentenze non si commentano ma si applicano, affermando che il voto espresso va analizzato, capito e ad esso occorre trovare risposta e non perdersi in sterili a vacui giri di valzer per definirlo.

Ora le indicazioni degli italiani sono quelle che ci appaiono dopo il voto. Possono essere interlocutorie, non sciogliere i nodi delle maggioranze possibili, ma sono quelle che ci appaiono. Ed è su questo che occorre lavorare senza supponenza per comprenderne appieno il significato.

Non siamo dinanzi ad un risultato che decide, ma ad un messaggio che indica possibili strade. Gli italiani dicono: noi la vediamo così, vedete un po’ che cosa siete capaci di fare!

Le risposte che arrivano o che emergono dal confronto tra le forze politiche mostrano la estrema difficoltà di misurarsi con questa realtà immanente. Prova ne è il continuo memento: o così, o ci accordiamo, o torniamo al voto. Non è quello che hanno detto i cittadini. Pur divisi, pur confusi, pur alla ricerca di una rappresentanza che non c’è più, i cittadini hanno affidato alcuni modi di vedere alla politica chiedendo di trovare una soluzione. Ed è difficile immaginare che tornare alle urne dopo pochi mesi possa come d’incanto ricomporre un quadro chiaro e dalle indicazioni univoche.

Per il presidente della Repubblica e per i leader emersi dalle urne si pone allora la sfida di trovare una via d’uscita che può anche non essere definitiva ma che deve accompagnare il paese verso una nuova legge elettorale che tuttavia non deve essere costruita per favorire questo o quello ma per far si ché, usciti dal seggio, gli italiani abbiano chiaro chi andrà al governo e chi sarà all’opposizione. Certo la deriva proporzionalistica attuale e la divisione elettorale non militano in questa direzione, anzi da essa divergono senza incertezze!

Intanto, complici anche molteplici adempimenti nazionali ed internazionali, un governo nel pieno delle sue funzioni è interesse nazionale e non di parte. E una risposta va data. Ci riusciranno i nostri eroi? Difficile dirlo.

La decisione del capo dello Stato di prolungare le consultazioni preso atto delle divisioni manifesta questo stallo dal quale non si esce però con la guerra di posizione in atto. Il leader cinquestelle che si atteggia a uomo di stato, quasi predestinato, non trova di meglio che forzare quello della Lega a mollare gli alleati privandolo ipso facto di metà della sua forza parlamentare (quasi un consiglio come quello del famoso marito che voleva far dispetto alla moglie .....) pur di far valere il fatto di guidare la forza politica più votata. E, di tanto in tanto, rispolvera – vera novità politica!!! – la famosa logica dei due forni, con profferte al Pd.

Il capo leghista sa che non può rinunciare agli alleati pena la subordinazione e rilancia con l’essere alla guida della coalizione più votata e dunque chiamato alla più alta responsabilità (che pur si dice pronto a non pretendere in caso di intesa di governo), anche se sente i suoi alleati come un freno sulla strada di Palazzo Chigi. In questa coalizione poi ci sono i berlusconiani che vorrebbero un nuovo accordo con il Pd e quelli più inclini con i leghisti a cercare l’intesa con i grillini e i fratelli d’Italia schierati su un categorico mai con il Pd e con mal di pancia verso i cinquestelle.

Intanto sul fronte della sinistra, il Pd appare ormai solo – stante la sostanziale eclissi di Leu e il suo flirt autolesionista con Di Maio (sempre per la sindrome del marito dispettoso con la consorte) – e prova a ritagliarsi un ruolo di opposizione in cerca di riscatto negando di voler fare accordi con chiunque. Anche qui con notevoli eccezioni alla linea e con sirene in salsa grillina non molto perspicaci dal momento che un intesa con i cinquestelle vedrebbe il partito subalterno e soprattutto manifesterebbe l’incapacità di stare all’opposizione!

In conclusione, il dilemma di Amleto ci appare in tutta la sua chiarezza. Non resta che attendere e chi sa che la politica non riesca a dare consistenza alle parole dello stesso eroe shakespeariano, rivolte, all’amico Orazio, “ci sono più cose tra il cielo e la terra ... di quanto mente umana possa concepire”!  

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