Roma, entrata ai giardini del Quirinale, foto di Dguendel Creative Commons

Tra 5Stelle e Lega è guerra di posizione. Il 4 e il 5 aprile le consultazioni

Un incrocio di premier
di Roberto Mostarda

Non è ancora un ingorgo istituzionale ma rischia di esserlo a meno che la moral suasion del Presidente della Repubblica non riesca a districare una matassa che si aggroviglia sempre più nelle contraddizioni insiste nello stesso risultato delle urne del 4 marzo.

Cominciare una riflessione con una negazione non è buono e forse neppure utile, ma tant’è. E’ quello che ci propone la quotidianità politica in questi giorni. Il 4 aprile cominciano e si protrarranno sino a domani le consultazioni del Capo dello Stato con le forze politiche presenti in Parlamento, come da prassi democratica e come prevede la Costituzione, alla ricerca, meglio ancora, alla verifica se esistano le condizioni per dare una maggioranza e un governo al Paese.

Rischio ingorgo, dunque. Un ingorgo di premier, in certo senso. Aspiranti premier, autonominatisi tali o designati dalle leadership dei partiti e movimenti in modi e forme che nulla hanno a che vedere con le norme costituzionali che prevedono che ad essere indicati alla guida del Paese siano personalità aggreganti e capaci di sciogliere le contraddizioni e i nodi e che in sede di consultazioni vengano ritenuti adeguati. Non esiste infatti nel nostro sistema, malgrado i pluridecennali tentativi in tal senso, un’indicazione di premiership costituzionalmente prevista. E la scelta proporzionale ci allontana ancor più da questa possibilità anche soltanto teorica o di prassi.

Dunque il primo nodo da sciogliere, per il capo dello Stato, sarà quello di “dirigere il traffico” tra gli aspiranti premier, tra quelli che si ritengono guida della coalizione di maggioranza o tra quelli che si ritengono chiamati a tale compito quasi per investitura d’altri tempi (del tipo deriva napoleonica: la corona è mia e guai a chi la tocca!). Compito non da poco e defatigante se si leggono attentamente le dichiarazioni di tali aspiranti. Da un lato, Salvini che non può perdere la guida – continuamente insidiata – della coalizione pena la perdita di peso ed influenza su un possibile governo ma che ha ben chiara la necessità di un passo indietro per il Paese; dall’altro l’eletto per grazia grillina per il quale qualsiasi soluzione dovrà passare dal suo essere premier perché leader del partito più votato. Neppure la vecchia Democrazia Cristiana, pur con qualche mal di pancia, immaginò tale predestinazione quanto meno illogica e destinata al fallimento. Frutto certamente della presunta diversità dei Cinquestelle, ma elemento divisivo e che mal si concilia con la mediazione necessaria per trovare una formula di governo in grado di realizzare programmi palingenetici come quelli che si vorrebbero attuare. A quali contorsioni assisteremo, come accaduto nel caso delle presidenze, non è ancora dato sapere. Tuttavia sarà questo il banco di prova della diversità delle truppe pentastellate dinanzi alla realtà e non nelle elucubrazioni da piattaforma Rousseau o da blog a cinque stelle.

Il rebus da risolvere non è semplice e comporterà comunque una possibile scomposizione e ricomposizione per tutte le forse politiche. Per i vincitori in primis ma anche per chi ha perso o ha vinto solo in parte.

La resistenza grillina sarà infatti insidiata dalla difficoltà oggettiva di mantenere una linea rivoluzionaria mentre si amministra la propria forza parlamentare come un partito d’altri tempi. Per Di Maio la sfida è quella di tenere unita la squadra ben sapendo che gli ukase del guru (benché defilato) sono sempre in agguato così come la pancia del movimento e che non è così chiaro se il guru ereditario abbia lo forza di mantenere la linea governativa sin qui tenuta. Dunque la possibilità maggiore che resta è quella di provocare la spaccatura o la divisione delle truppe altrui. E’ l’unico sistema, con “alti” richiami al dovere di dare un governo al Paese che resta nelle mani dell’aspirante leader. Con poche soluzioni alternative. Lo dimostrano le affermazioni fotocopia  di tutti i comprimari: siamo i più votati, dobbiamo avere noi la guida del governo. Insieme all’ostracismo per l’ex cavaliere, utile a tentare di spaccare il fronte moderato.

Su questo discrimine si gioca anche l’equilibrio e la tenuta della coalizione di centrodestra. Se la barra di Salvini riuscirà ad essere salda nell’intento di andare insieme al governo, allora la rappresentatività maggiore sarà quella che tenta di aggregare e più votata in termini numerici. Altrimenti se i mal di pancia di Forza Italia e l’eterna ricerca di riabilitazione di Berlusconi avranno il sopravvento, la divisione sarà inevitabile e ciò vorrebbe dire essere maggioritari nel paese ma lasciare il governo in mano a Di Maio! Un bel problema. L’assenza pressoché evidente di una linea comune anche nel salire al Quirinale, mostra le crepe e l’insofferenza per la necessità di sostenere Salvini o tornarsene all’opposizione. Non è dato sapere quale coniglio uscirà dal cappello. Certo è che essere partner di maggioranza in una coalizione con i grillini potrebbe spingere a qualche antidolorifico per ingoiare il rospo. Altrimenti, in caso di nuove elezioni chi spiegherebbe agli italiani il papocchio?

Dimenticando per ora i cespugli vari e di varia posizione negli emicicli che tuttavia potrebbero tornare utili se non determinanti per questo o quell’equilibrio, l’ulteriore e non secondaria variabile è quella costituita dal Pd, perdente alle urne, ma unica forza di sinistra reale rimasta nel Paese. La sorte del renzismo e la possibilità di una immagine del partito in grado di recuperare consensi misurerà la capacità dei dirigenti. La sconfitta nasce certo da un autocratismo dell’ex premier, ma va misurata anche sulla beata assenza di tutti i leader critici con lui nel corso della campagna elettorale. E sì, perché personaggi come Emiliano, Orlando e in qualche misura Franceschini, competitor da sempre per la guida della maggioranza del partito, non molto hanno fatto per cercare di vincere, nulla hanno fatto per rinsaldare gli elettori, ben sapendo che così facendo la diaspora avrebbe favorito proprio i cinquestelle  da qualcuno immaginati più di sinistra che di destra (nessuno sa esattamente perché). Ed oggi a riprova di questo, sono proprio questi personaggi a immaginare scenari di alleanza (minoritaria) con Di Maio per tenere lontano dal governo il centrodestra a prezzo di una ulteriore spaccatura del partito e, in buon sostanza decretandone la fine.

C’è di che preoccuparsi. Qualsiasi immaginazione non potrebbe aver creato una realtà così improbabile. E non è dato sapere quale grado di creatività sarà necessario a Mattarella e ai leader per uscire dall’impasse, senza alzare bandiera bianca e rivolgersi nuovamente ai cittadini.

Stampa

Italian Media s.r.l. - via del Babuino 107, Roma, c.a.p. 00187, p.IVA 09099241003, edita il settimanale Italiani con registrazione al Tribunale di Roma n. 158/2013 del 25.06.2013 - email: info@italianmedia.eu

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.
Questo sito usa i cookie per migliorare la tua esperienza d'uso e usa cookie di terze parti. Proseguendo nella navigazione si presta implicitamente il consenso all’utilizzo di questi strumenti. Si rimanda alla nostra privacy policy per maggiori informazioni e per la possibilità di negare il consenso.