Bandierine italiane (foto di KRiemer – Pixabay)

Diversi “i paesi” che i partiti ci descrivono e propongono

Per quale Italia voteremo?
di Roberto Mostarda

Giorno dopo giorno, passo dopo passo, il 4 marzo si avvicina e con esso il momento in cui gli italiani saranno chiamati a dire cosa pensano, come pensano e che cosa vorrebbero veder messo in pratica dalla politica! Si dirà subito, il distacco del popolo dalla politica è ormai tale che ad esprimere questo voto potrebbero essere sempre di meno e dunque sempre meno rappresentativi di tutto il Paese. Facile la replica che le regole democratiche attribuiscono comunque a chi ha espresso il proprio intendimento quello di indicare o delineare possibili maggioranze di governo dando forza parlamentare a questo o a quello. Meno semplice comprendere ed agire di conseguenza per richiamare al diritto-dovere di andare alle urne e di esprimersi chiaramente. La politica a parole ha sempre invitato al voto (meno che nei casi di referendum, ma questa è un’altra storia e richiederebbe una disamina appropriata) ma nei fatti ha sempre agito per rappresentare chi vota o continua a farlo. Una pecca dei sistemi di democrazia rappresentativa certo, ma per chi ha a cuore la vita democratica e il suo esplicarsi di diritti e doveri in essa contenuti, un vulnus e una tendenza che andrebbe invertita.

Il tempo passa, dunque, il voto è prossimo. Ma quel che resta da capire è quale paese intendono rappresentare i contendenti. La non campagna elettorale sin qui condotta non ha mostrato elementi di chiarificazione e la sua esiguità temporale non ha contribuito a farli emergere. Il risultato è che sono almeno tre se non quattro le possibili Italie alle quali l’elettore deve guardare per poi esprimersi. E’ questo lo scenario reale ed è difficile anche seguendo attentamente il vorticoso affannarsi dei leaders, intravedere qualcosa di comprensibile. Il rebus per ognuno di noi cittadini italiani, sarà dunque complesso!

Diverse Italie possibili, dunque! Se ci soffermiamo sulle proposte qualificanti (per così dire) mentre per molte altre estemporanee e legate a gruppi di interesse è opportuno sorvolare, abbiamo davanti un vero e proprio ventaglio.

Partiamo dal centrodestra indicato nei sondaggi come player di peso. Qui cerchiamo di capire come possa coniugarsi lo statalismo di Fratelli d’Italia e la sua versione leghista con un Salvini statalista e liberista al tempo stesso e con il liberismo berlusconiano anch’esso sovente piegato ad esigenze statuali (come dimostrano molti passi dei passati governi del Cavaliere). In sostanza quale sistema Stato pensano di votare i simpatizzanti di Forza Italia, del Carroccio e della destra della Meloni? O ancora, cosa apparenta la spinta anti immigrati di Salvini e Meloni con l’approccio gradualista di Berlusconi (a parte qualche colpo di teatro) e il tentativo di mantenere la questione sui binari di un sistema democratico pur alle prese con una emergenza senza fine?  Chiedetelo a loro sembrerebbe la risposta più ovvia. Eppure ognuno deve porsi questa domanda, anche chi non li voterà, e questo per l’elementare verità che per rifiutare bisogna conoscere e che conoscere aiuta anche a rifiutare. Tornando al punto cosa unisce queste tre componenti a parte lo scontato interesse ad assommarsi e riuscire ad agguantare la maggioranza per governare? E una volta vincitori, quale Italia/e pensano di realizzare? La risposta al di là di facili entusiasmi è confusa e stressante. Non avendo ancora neppure chiarito di chi sia la leadership!

Se ci spostiamo sul fronte della sinistra, la sensazione straniante non si dissolve. Il Pd appare inchiodato al ruolo di asse del governo in cerca di riconferma ma non è affatto semplice decrittare che cosa lo accomuni con la lista +Europa della Bonino (Tabacci) o con i resti di quella che fu l’epoca alfaniana. Il Paese descritto a suo tempo da Renzi non si è realizzato se non in parte e non come la vulgata narra perché l’ex premier non ha saputo governare o ha governato troppo. La diversità renziana, condivisibile o meno, si è infranta su uno scoglio assai più periglioso: la disintegrazione del partito uscito a suo tempo dall’unione di ex comunisti ed ex democristiani. I primi più forti ma più ingessati, i secondi più deboli, ma più avvezzi al governare. L’apparizione dell’ex sindaco di Firenze e il suo agire da rottamatore hanno provocato la reazione sempre più rabbiosa degli ex Pci ai quali ha sottratto via via il controllo del partito e del territorio. Inevitabile allora la scissione: non potendo avere le mani sul timone, meglio avere un altro timone. Ed ecco apparire il nuovo soggetto, Liberi e Uguali. Non il nome di un partito ma piuttosto la sigla di una ridotta di irriducibili che non si sentivano più liberi ed uguali all’interno del Pd, ma per loro altezzosa e stizzita asserita presunzione di superiorità! Persino l’ultima mossa di Prodi, in appoggio al Pd ma da esterno, fornisce la riprova di questo semplice assunto.

Ora, data la stura e con le elezioni in arrivo, il profluvio delle affermazioni dei suoi esponenti è tutto contro il Pd, occhieggia ai cinquestelle (sideralmente lontani) o inneggia contro fascismi e razzismi che la sua stessa incapacità di capire il paese ha alimentato. Anche qui, su questo fronte, difficile vedere chiaro su quale Italia/e possano essere immaginate da chi andrà a votare.

In ultimo ma non per ultimo, il terzo fronte, quello dei cinquestelle. Mollati dal guru e tenuti a debita distanza di sicurezza dal guru ereditario, stiamo assistendo alla “prova” generale del leader politico Di Maio che nonostante gli altisonanti proclami sulle idee e le capacità (chi le conosce è pregato di alzare la mano) e soprattutto le diversità ontologiche dei pentastellati, si trova impantanato nella più simile, consueta, questione della politica: i finanziamenti e l’uso dei rimborsi elettorali. Una figura poco nobile a dir poco soprattutto per il livello estremamente basso degli utilizzi che non sono finiti se non in parte al sostegno sbandierato alle piccole e medie imprese o in altri canali similari indicati. E sono ricaduti invece su necessità diciamo così normali per esseri umani: abitare, mangiare, spostarsi con mezzi, utilizzare la cancelleria e via sciorinando. Anche qui, se mai è stato possibile, appare arduo identificare quale Italia/e intendano rappresentare o realizzare.

Ad undici giorni dal voto, nulla di nuovo e nulla di comprensibile. Unica “consolazione” pochi slogan altisonanti, pochi manifesti per le strade, pochi o nulli confronti tra i diversi schieramenti per evidente incapacità di misurarsi. Per chi si accinge a decidere come votare, pochi giorni ancora per far girare la ruota!  

 

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