Senato della Repubblica, fonte Flickr

E’ l’incertezza la chiave di interpretazione nello scenario del dopo voto

Il rebus di governabilità
di Roberto Mostarda

Un sottile dubbio serpeggia tra le accuse, le urla, gli slogan che con il passare dei giorni si fanno sempre più corrivi in questa non campagna elettorale in un paese confuso e in apparenza senza rotta: che il dopo voto non risolva il quadro e non componga il puzzle della governabilità, un concetto che gli avvenimenti di questi anni e questi ultimi mesi sembrano aver fatto diventare nel nostro paese una sorta di araba fenice. Tutti ne parlano nessuno sa cosa debba essere e dove si trovi!

Un dubbio che si accompagna ad un’altra incertezza: dopo il voto non sarà automatico e immediato il ritorno alle urne in breve tempo. Come qualcuno ha scritto di recente, le procedure stesse previste dalla Costituzione non inclinano in tal senso, a meno di forzature che certamente non sono nello stile e nel modo di vedere del presidente della Repubblica.

Ecco allora che quando il quadro post elettorale sarà chiaro, se non ci sarà una maggioranza e se tutti i contendenti dovessero ribadire il loro stentoreo no della vigilia a grosse coalizioni o accordi per governare (la storia del paese e il sistema proporzionale reintrodotto non danno garanzie in tal senso), il Quirinale dovrà esperire tutti gli strumenti costituzionali previsti per avviare colloqui e possibili trattative per trovare una via di uscita. L’attuale fase del tutti contro tutti non sembra far pensare ad una possibilità positiva. Solo il dato elettorale tra poche settimane potrebbe modificare la situazione.

L’incertezza che non si dirada, spinge però ad analizzare cosa potrebbe accadere in caso di stallo, tenendo anche conto delle divisioni presenti in ogni area politica e di una sorta di morbo silente che malgrado la sicumera del candidato premier, sta corrompendo anche il campo dei cinquestelle.

Per il presidente della Repubblica, dopo aver esperito i tentativi di garantire la governabilità ed una maggioranza sufficiente, la constatazione di una paralisi politica potrebbe dare origine alla scelta di ritornare alle urne. I tempi previsti dalla Carta e la prassi istituzionale consolidata fanno pensare ad un tempo non breve anche per l’innata tendenza delle Camere appena elette a non farsi sciogliere immediatamente. Esiste dunque lo scenario di un nuovo voto ma potrebbe scivolare senza intoppi sino al prossimo autunno, seguendo come detto le regole. Ed ecco allora presentarsi anche un secondo problema: la legge di bilancio e il documento di economia e finanza che devono garantire - governo o non governo - la stabilità dello stato e degli apparati pubblici e dare continuità alla loro azione a vantaggio dell’intero sistema. Il paradosso potrebbe dunque perpetuarsi con la necessità costituzionale di decidere senza un governo e una maggioranza consolidati quanto necessario al Paese. Un dato questo che porterebbe ad una ulteriore dilatazione dei tempi con le incertezze e le complessità politiche che facilmente si potrebbero immaginare in una siffatta ipotesi.

Gli avvenimenti di queste settimane, i fatti di Macerata e i rigurgiti di varia estrazione che hanno provocato sia a destra che a sinistra, la continua strumentalizzazione dei temi migratori, il rischio del sistema economico di procedere senza input di partiti e Parlamento per troppo tempo, sono altrettanti motivi di preoccupazione per uno stallo che solo una scelta chiara degli elettori, ad oggi non ravvisabile, potrebbe evitare. E se la scelta fosse eccentrica rispetto al passato potrebbe anche esserne l’origine successiva.

Di tutto questo i leader politici fanno mostra di non preoccuparsi, impegnati come sono ad accusarsi a vicenda di ogni sorta di nefandezze, ad addossarsi responsabilità senza indicare credibili soluzioni. Quel che caratterizza questa stagione è la distanza siderale tra il paese che cerca di uscire dalla morsa della crisi, che torna ad essere interessante per gli investitori internazionali, e le risposte della politica. E a complicare le cose l’esistenza di due facce dello stesso paese: quella che guarda la futuro e si misura con le sue incertezze e quella che ritiene che le soluzioni siano solo quelle del passato che peraltro, in gran misura, hanno mostrato la corda. E tutto questo mentre il sistema mondiale non sta a guardare e rischiamo di allontanarci dalle nazioni di testa, più sviluppate.

E il rebus governabilità che assilla l’Italia da oltre vent’anni non sembra aver imboccato la via della soluzione o avere qualche chance di farlo. Non può farlo con un centrodestra dove le cose che uniscono sono meno di quelle che dividono e non esiste una vera leadership; non può farlo con un centrosinistra orfano di una sinistra massimalista e fuori tempo, solo comodo ricovero per menti “rivoluzionarie” permanenti che non hanno mai capito il paese; e certamente non può farlo con la novità, l’incognita di questi anni, il movimento grillino. Un movimento senza connotazione politica ma che nelle liste sembra recuperare accanto a illustri
sconosciuti (per salvare la faccia) anche vecchi arnesi di seconda e terza fila della vecchia politica in cerca di riscatto. Un movimento senza storia e senza programma, pieno di velleità e proposte ai limiti della tolleranza democratica, economica e sociale. Dall’immaginazione al potere di sessantottesca memoria, siamo passati dall’incapacità, all’ignoranza e alla tracotanza erette a modello. Non c’è che dire, un gran bel passo in avanti!

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