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E’ vero che in Italia si pagano più tasse che negli altri paesi europei?

Tasse su, tasse giù
di Massimo Predieri

Dieci anni fa l’allora ministro delle finanze Tommaso Padoa –Schioppa, parlando su Rai 3 nel programma "In mezz'ora" di Lucia Annunziata, pronunciò una frase apparentemente innocua, che passò alla storia: le tasse sono una cosa bellissima; è un modo civilissimo di contribuire insieme al pagamento di beni indispensabili come la sicurezza, la tutela dell'ambiente, l’insegnamento, la salute, le pensioni. Con questa frase scatenò un putiferio di violente reazioni, critiche, sarcasmi e insulti.  

Gli italiani hanno poca simpatia per le tasse. Infatti con stime che vanno dai 100 ai 200 miliardi di euro evasi all’anno, occupiamo il terzo posto nell’evasione fiscale tra i paesi avanzati (fonte Tax Justice Network). Non sorprende che le tasse e la loro riduzione, siano al centro della campagna elettorale.

Secondo un rapporto dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico)  l’Italia sarebbe al sesto posto per la pressione fiscale tra i 35 paesi dell’OECD, dietro Danimarca, Francia, Belgio, Finlandia e Svezia. Anche se negli ultimi anni si è verificato un trend al ribasso, la pressione fiscale è in Italia con il 42,9% del prodotto interno lordo ancora molto più alta della media OECD (34,3%).

Il leader del PD Renzi elogia i passati governi di centrosinistra: ”Noi abbiamo tolto Imu e Tasi, cancellato l’Irap costo del lavoro, abbassato Ires dal 27,5% al 24%, lavorato sulle tasse agricole, favorito i Pir (ndr: Piani individuali di risparmio).” (dal sito di informazione del Partito Democratico, 8 gennaio 2018)

Berlusconi, da parte sua, promette: “flat tax 23%, uguale per famiglie e imprese … qualunque siano i redditi, … via tasse casa, auto, successioni” (Ansa del 19 gennaio 2018). Con qualche distinguo, anche i candidati premier Matteo Salvini (Lega) e Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) propongono una flat tax.

Tutti concordano che la flat tax comporterà minori entrate per l’erario, ma le opinioni sui numeri divergono: 30 miliardi l’anno secondo Forza Italia, 50 miliardi secondo il PD.

Nel programma elettorale del Movimento Cinquestelle troviamo una proposta più articolata: „riduzione delle aliquote Irpef per il ceto medio, no tax area fino a 10mila e manovra shock per Pmi (Piccola e media impresa, ndr) con la riduzione del cuneo fiscale“. (Ansa del 21 gennaio 2018)

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI), in un recente studio, esamina il modo in cui le politiche fiscali potrebbero ridurre la disuguaglianza, e giunge alla conclusione che l’aliquota ottimale sui redditi più alti è il 44 per cento.

I critici della flat tax sollevano l’incompatibilità con la costituzione italiana, che prevede una progressività nelle aliquote di tassazione: “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività” (articolo 53 della Costituzione). La progressività dovrebbe essere uno strumento volto a promuovere la redistribuzione del reddito e del patrimonio tra i cittadini del paese, eliminando gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Diciamo dovrebbe, perché tale redistribuzione non sembra essere in atto, né in Italia, né negli altri paesi. E’ vero il contrario.

L’Oxfam denuncia la crescente disuguaglianza, le disparità tra ricchi e poveri: oggi in Italia il 20% più ricco degli italiani detiene oltre il 66% della ricchezza nazionale netta, il successivo 20% ne controlla il 18,8%, lasciando al 60% più povero appena il 14,8% della ricchezza nazionale.

Altro argomento molto gettonato in campagna elettorale è l’evasione fiscale. Naturalmente tutti vogliono combatterla, ci mancherebbe altro. Qualche differenza la troviamo su come intraprendere questa battaglia e contro chi. Federcontribuenti ha lanciato una denuncia: i contribuenti versano in contributi quasi 9 mila euro l’anno. Ad evadere sono soprattutto i più ricchi, per una mancato incasso che tocca la soglia di 20 miliardi l’anno.

Forse l’aspetto più avvilente di tutta la questione delle tasse e del gettito fiscale è quello dell’avanzo primario dei conti pubblici. Da oltre vent’anni lo stato incassa più di quanto spende. Ma gli italiani non posso trarre vantaggio di questa gestione virtuosa a causa del debito pubblico, che con gli interessi dovuti vanifica i pregi dell’avanzo primario.

La richiesta di riduzione delle tasse gode di una platea eterogenea di sostenitori. Da una parte i ricchi, per i quali le tasse sono un’afflizione che ostacola la loro ambizione più forte: consolidare il patrimonio e possibilmente diventare ancora più ricchi. Dall’altra, paradossalmente, i seguaci dei variegati movimenti populisti, vittime della crescente disuguaglianza, che vedono il loro potere di acquisto diminuire di anno in anno. Sono ostili alle tasse come simbolo di uno stato afflittivo, burocratico, corrotto ed inefficiente, fonte di tutti i mali.

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