Guernica di Picasso, di Venus Oak, Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-NC-SA 2.0)

Dalla famosa teoria dei “due forni”alla prevalenza del caos

Alleanze post voto: sì, no, dipende
di Roberto Mostarda

In un passato lontano, non troppo, ma per sentire comune quasi preistorico, la nostra politica condizionata dai blocchi della guerra fredda viveva la stagione dei cosiddetti “due forni”, ossia la possibilità di un barcamenarsi nelle alleanze di governo, fra destra e sinistra nell’accezione allora plausibile (il Pci non poteva andare al governo). Si assisteva e si assistette per decenni a cambi di maggioranze imperniate sulla Dc che a seconda del momento storico o delle convenienze politiche garantiva la governabilità, attraverso scelte di alleati che in quella fase apparivano quanto meno distonici, se non assolutamente inconciliabili. Una stagione spesso vituperata per le discrasie e le forzature impresse alle scelte economiche e sociali, i cui postumi hanno ipotecato ed ipotecano ancora molta parte della nostra vita pubblica, al centro come in periferia. Una situazione storicamente necessitata, in certa misura, che si pensava superata per sempre, liberi da condizionamenti storici ormai inaccettabili.

Tutto bene, dunque? Niente affatto. Tralasciando sullo sfondo il contesto internazionale, gli echi di guerra, la lotta al terrorismo, lo scontro economico globale, ed attenendoci alla situazione nazionale, è facile constatare che la vituperata teoria sembra vivere una nuova stagione e rischi di immettere le sue tossine nella nostra quotidianità democratica. 

Proviamo a guardare cosa accade e cosa sentiamo intorno a noi. Nessuna alleanza, nessuna grande coalizione: questo il mantra di tutti i leader politici di destra, di centro, di sinistra e di nuovo conio ancora incerto. Senonché ogni tanto qualche voce critica, guardando al meccanismo elettorale introdotto dal rosatellum, dopo decenni includenti di commissioni bicamerali per cercare la governabilità, sottolinea: e se i numeri non permettono ad un partito o ad una coalizione, di avere la maggioranza in Parlamento? Una semplice domanda, che richiederebbe una semplice risposta: manterremo il nostro impegno, si rivoterà o simili. Però votare ad oltranza non è elemento di una democrazia sana e la politica è anche o dovrebbe essere l’arte della conciliazione, del governo delle difficoltà e delle differenze da contemperare per il mitico bene comune. E allora? 

Allora, in modo criptico, in modo ironico e dileggiante chi ci prova, tutti ne parlano ma nessuno lo ammette: dobbiamo pensare ad un sistema di coalizioni anche tra partiti lontani ed avversari se i cittadini non riusciranno ad esprimere una volontà chiara ed intellegibile stante le complessità della nostra società in continua evoluzione. 

Non passa giorno che la domanda non venga posta al leader del momento che prima si schermisce e riafferma la propria unicità, poi fingendo di parlar d’altro, tocca il tema. Così, dalla sinistra di Grasso si parla di approcci con i grillini, questi negano ogni idea in proposito, ma poi Di Maio osserva: chiederemo l’appoggio a chi accetta le nostre posizioni di governo, come a dire ci servono degli utili idioti per raggiungere la maggioranza se non prenderemo subito il 40 percento da soli. Il Pd con la sua appendice centrista considera inaccettabile accordi con Berlusconi, ma ad un attento esame potrebbe essere l’unica chance per tornare a governare seppure con una grossa coalizione, essendo evidente che il partito di Grasso tende a sconfiggere proprio il renzismo. Peraltro l’ex presidente del Senato ed i suoi stanno applicando perfettamente la teoria dei due forni, distinguendo tra candidati del Pd e candidati del Pd (esempio fulgido delle degenerazioni interpretative della politica) e votando l’area della sinistra a sicura sconfitta. 

Sul fronte del centrodestra l’ex cavaliere si dice contrario a grandi coalizioni, ma considera l’attuale premier una possibile garanzia per un dopo da costruire se i numeri non aiuteranno. E poi, un po’ per celia e un po’ per non morir, occhieggia a Renzi ma fa finta di no, pensando ad un’alleanza alla tedesca. Con ciò creando frizioni con Lega e Fratelli d’Italia, tanto puristi da assomigliare a Liberi ed uguali, e fermi non no ad alleanze neppure tattiche contro i grillini. E poi, però, Salvini immagina di governare anche con apparentamenti con i cinquestelle su temi e problemi su cui la visione è simile. Respinto con perdite dagli eredi del guru che tuttavia, come dicevamo invece dei due forni – anticaglia da prima repubblica – pensano agli utili idioti, regredendo nel tempo alle democrazie popolari asservite all’Urss. 

In sostanza, cercare un senso a ciò che non lo ha diventa esercizio inutile e dispersivo, se non fosse che al 4 marzo mancano una manciata di settimane e che gli elettori dovrebbero potersi formare un’opinione chiara e non solo di protesta. Invece siamo nel caos delle affermazioni apodittiche: arriveremo da soli al 40 per cento, ci arriveremo in coalizione, ma non faremo accordi. Alleanze sì, dunque, no, dunque…dipende. Ogni opzione resta aperta ed è forte quella sensazione che il dopo potrebbe essere gestito dalla classe politica vecchia e nuova, con le stesse misure e lo stesso nichilismo dal quale vorremmo emanciparci. Il rischio più grave è allora che diminuisca ancora la volontà di votare e che l’astensionismo finisca per favorire scelte contro natura, assurde e d inconciliabili con le vere necessità del paese: essere governato ed uscire dalla pastoie di una stagione che sembra non finire mai. Perché il mondo, là fuori dello stivale, non sta certo a guardare.

 

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