Veduta di Montecitorio, sede della Camera dei Deputati italiani, di Luca Aless, Wikimedia Commons

Prosegue la non campagna elettorale verso le politiche

Grandi problemi e piccole polemiche
di Roberto Mostarda

Per uno spettatore mediamente interessato alle cose nostrane, che il paese sia immerso in una campagna elettorale potrebbe apparire strano. Lontani i tempi delle grandi adunate, dei comizi in piazza, ormai le riunioni elettorali si fanno per così dire su “appuntamento”. L’unica piazza che sembra in funzione è quella della rete dove si inseguono, si rincorrono tweet, interventi lampo, selfie e altre caratteristiche della web society. Se sei lì, in sostanza è come se fossi in tutte le piazze del paese, questo il mantra ormai comune a tutti i contendenti chi più chi meno. Di tanto in tanto, i giornalisti riescono a captare e diffondere qualche pensiero appena costruito, tra l’uscita da un teatro e l’ingresso in una sala congressi di uno o dell’altro leader. E questi ultimi, inseguiti da telecamere e reporter sembrano accettare con qualche fastidio di parlare al microfono salvo poi impadronirsene per lanciare gli strali elettoralistici e le parole d’ordine contro gli avversari e per perorare la loro causa. 

Un altro elemento singolare di questa stagione è la distanza siderale tra la gente e la politica. Nonostante gli sforzi dei cinquestelle per risvegliare i cittadini, loro stessi patiscono l’assenza delle folle, se si esclude qualche claque che appare e scompare come le famose “vacche” di Mussolini nell’Agro Pontino al tempo della battaglia del grano. Il Paese assiste in certo senso inerte al teatro della politica dove ininterrottamente alla commedia si sostituisce la tragedia, per poi tornare alla farsa e alla commedia dell’arte.

Difficile non provare un senso di sgomento se mettiamo in paragone i nodi strutturali, economici e sociali, con le parole della politica e le polemiche spicciole sulle quali si sprecano fiumi di parole. Nessuno parla di debito, nessuno dei rischi ancora esistenti nonostante una timida ma decisa ripresa economica. Si dibatte invece, in perfetto stile pentastellato di redditi di cittadinanza, di inclusione in un’inebriante solfeggio sulla decrescita felice, mentre il paese ha bisogno di scelte strutturali, di cambi epocali in termini industriali, produttivi, strategici. Il lavoro cresce, ma precario, si fa filosofia sulla sua mutazione, ma poi si pretende di tornare all’art. 18, quello che salvava sì il posto di lavoro, ma solamente a chi già lo aveva. Esempio di come anche il sindacato, per qualche tempo speranza ultima per i cittadini, sia rimasto intrappolato nei meccanismi della tutela e salvaguardia dell’esistente. Da oltre vent’anni chi non ha voce, chi non ha rappresentanza, non ha mai avuto l’attenzione reale “politica” delle forze sindacali. Certo i problemi degli occupati sono giganteschi, il rischio di disoccupazione dietro l’angolo, ma tra un po’ coloro che hanno un’occupazione precaria e senza prospettive saranno maggioranza e nessuno ha ancora pensato a come incanalare la rappresentanza e promuoverne i diritti.

Il debito pubblico, i vincoli di bilancio, anche a livello europeo sono elementi imprescindibili a meno di non voler divenire un paese sudamericano, eppure tutti parlano di aumento della spesa pubblica, di sostegno ai redditi più bassi, di patrimoniali, di redistribuzione dei redditi, il tutto immaginando anche politiche in deficit, dunque di aumento ulteriore della spesa pubblica. Ossia garantismo a go go’, propaganda di bassa lega che parla di soldi nelle tasche degli italiani, quasi si trattasse di moltiplicare il panem et circenses e non di favorire l’accesso al lavoro, la stabilizzazione di un sistema produttivo alle prese con evoluzioni tecnologiche mai avute prima e che richiedono risposte rapide, precise, strutturali. Pannicelli caldi insomma per tacitare l’evidente malcontento che serpeggia e che non riguarda solo chi ha meno, ma anche le classi una volte medie del paese. Oppure si indicano coloro che sono in pensione come detentori di ricchezza, immaginando prelievi crescenti dalle loro tasche come se l’unica soluzione fosse quella di redistribuire ricchezza e non di produrne di nuova, eterno irrisolto problema del nostro sistema nazionale. 

Ilva, Alitalia, chimica, metalmeccanica, sono altrettanti parametri sui quali misurare che cosa si vuol fare del paese nel prossimo futuro, cioè domani. Turismo, beni culturali, grande distribuzione, vendite al dettaglio, tessuto delle piccole e medie imprese da ricucire e rafforzare. Tutti elementi imprescindibili di un’azione politica non solo opportuna ma necessaria. Se ne parla nei comizi su appuntamento? Assolutamente no. Ci si occupa invece per giorni dei sacchetti biodegradabili a pagamento nei supermercati, questione certamente da affrontare e risolvere con criterio e non trincerandosi dietro l’Europa che ci smentisce senza speranza affermando non c’entriamo nulla. Oppure si passa il tempo sul canone della Rai da abolire o diminuire, senza entrare però nel merito di cosa debba essere oggi il servizio pubblico.

I problemi, le emergenze sono grandi, epocali, ma negli eventi su prenotazione dei politici si parla e si dibatte di piccole questioni, si fanno polemiche piccole, su tempi secondari o comunque resistibili dimenticando il moloch che abbiamo alle spalle. Si fa uso continuo e generoso di slogan e battute da bar sport e alle domande si risponde con sorrisi e pacche sulle spalle mentre si lascia la sala per il prossimo happenning in altra zona, in altra città, in altra regione. 

Non una campagna elettorale per le elezioni politiche di un paese tra i grandi del mondo, piuttosto una campagna acquisti di tipo calcistico con i difetti e la pochezza che questo ambiente spesso ci regala. In una parola la politica non c’è più, il suo posto è stato preso dalla rappresentazione di essa, un gioco teatrale insomma.

Povero paese. L’unico antidoto sarebbe che gli italiani tornassero in massa a votare decidendo senza incertezze il da farsi. Tra meno di tre mesi sapremo se è una pia illusione.

 

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