giorgiameloni, Atbc, (CC-BY-4.0)

Una nazione divisa in tre aree politiche non conciliabili

Quale governo, e per quale Paese
di Roberto Mostarda

Fra qualche settimana la legislatura si concluderà e tra pochi mesi il Paese sarà chiamato al voto per decidere gli equilibri politici e di governo per il prossimo futuro. Qual è, allora, la fotografia che ci si presenta dinanzi? In queste riflessioni settimanali abbiamo più volte cercato di trovare un significato coerente, una linea evolutiva o meno delle dinamiche sociali, e per conseguenza politiche, di una nazione alle prese con una lunga e difficile crisi economica dagli sviluppi non solo interni ma soprattutto internazionali. 

Proprio la complessità delle situazione ha creato, intersecando motivi endogeni ed esogeni, una sorta di vero e proprio big bang sociale e politico dai contorni e dalle prospettive tutt’altro che chiare. Il risultato più immediato e prossimo è la divisione in almeno tre aree più, potremmo dire, altre microaree politiche. E tutte sostanzialmente inconciliabili tra loro, anche se vale sempre l’adagio per cui la politica è l’arte del possibile. Tuttavia non va tralasciato lo scenario nel quale questa parcellizzazione si è formata. 

La fine tumultuosa della legislatura precedente, la rielezione di Napolitano e la stagione delle possibili riforme istituzionali naufragate in parte con il referendum, hanno prodotto una miscela altamente tossica che si è aggiunta ad una crisi in certo senso esistenziale di una collettività sempre più sfilacciata e alla ricerca di un equilibrio. In contemporanea, si è accentuata la scomposizione politica e partitica mentre ha preso consistenza una visione manichea e giustizialista impersonata dal movimento grillino, privo di cultura di governo ma ricco di saccente e arrogante volontà di comandare.

L’evoluzione in corso ha preso una decisa accelerazione dopo la sconfitta del referendum promosso da Renzi, con la crisi conseguente nel Pd, la scissione a sinistra, il tentativo retrò di creare un nuovo soggetto politico di sinistra. In parallelo, partendo da un minimo storico, il centrodestra sembra aver ripreso vigore sull’onda di parole d’ordine legate al contrasto all’emigrazione, al lavoro per gli italiani, alla discesa delle tasse e via dicendo. I sondaggi danno in crescita sia il partito berlusconiano, sia la Lega di Salvini e Fratelli d’Italia della Meloni. Insieme, un valore percentuale intorno al 35 per cento. Molti gli elementi ancora da chiarire e i nodi da sciogliere, In primis la leadership, con l’ex cavaliere in attesa di agibilità e il leader del Carroccio in gran spolvero sia a nord che a sud. Un’onda lunga che potrebbe vedere questo polo tra quelli che si contenderanno il governo nazionale.

Un’altro terzo circa del paese sembra riconoscersi nel movimento dei cinquestelle, accreditato anch’esso intorno al 30 per cento. Resta da capire se gli elettori pentastellati e quelli simpatizzanti, vorranno riconoscersi nelle parole d’ordine originarie, fatte di “vaffa” e di lotta senza quartiere a chiunque non sia grillino, auspicando lo splendido isolamento e l’autarchica capacità di governare da soli senza alleanze come indicato dal guru e dagli algoritmi di Casaleggio junior, oppure privilegiare il volto rispettabile, educato, azzimato dell’aspirante premier, il cui eloquio politico e la cui cifra interpretativa sono tuttavia molto trancianti e se possibile ancor più arroganti delle menti originarie del movimento. Se gli italiani confermeranno il loro suffragio anche alla versione “governativa” pentastellata, per Di Maio si potrebbe porre il problema del governo ma, purtroppo per lui, quasi certamente non da solo, ma ineluttabilmente con una qualche forma di collaborazione con altri. Abominio per il guru e per il grillino doc, ma realistico nei fatti.

Il terzo polo più o meno equivalente sarebbe la sinistra. Sarebbe, perché la scissione bersaniana e dalemiana ora sfociata nella fantasmagorica creazione del nuovo soggetto guidato da Grasso che già si atteggia a leader senza avversari, ma difficilmente eviterà lo scontro con i suoi aventi causa, farà sì che questo polo potrebbe essere in realtà un bi-polo. Da una parte il Pd che più o meno solo avrà difficoltà a raggiungere il 30 per cento, dall’altra “Liberi e uguali” (cioè la sinistra  che più sinistra non si può) che oscillerà forse tra il 5 e l’8 per cento almeno nelle aspettative. In sostanza, un bi-polo che potrebbe essere comunque escluso dalle manovre post voto per formare un esecutivo.

Intorno e accanto ai poli in questione, quel che resta della galassia di centro infrantasi su se stessa e in diaspora totale parte a destra, parte verso il centrosinistra. Non sufficiente a modificare il risultato finale per alcuno dei contendenti, ma sicuramente influente sugli equilibri che andranno a formarsi. 

Insomma, in termini di governabilità, le prossime elezioni sembrano in partenza di difficile soluzione, a meno che ancora una volta gli italiani non sappiano dare indicazioni più chiare smentendo le previsioni e i sondaggi. In alternativa, il paese si troverà ad affrontare una nuova fase di instabilità i cui tempi non sono preventivabili. Lo sono invece i danni che una direzione politica non consapevole o ideologicamente orientata potranno creare, mentre la ripresa pur timida si rafforza e, soprattutto in Europa, si delineano i nuovi futuri scenari continentali nei quali l’Italia potrebbe essere protagonista ma che rischia invece di divenire spettatrice e terra di conquista più di quanto non sia stata sino ad ora nell’era della globalizzazione. Una prospettiva della quale nessuno dei contendenti sembra interessato ad occuparsi.      

 

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