Quirinale palazzo e obelico con dioscuri Roma, di Wolfgang Moroder, Multi-license with GFDL and Creative Commons CC-BY 2.5

Di programmi e scelte condivise per il Paese neppure l’ombra.

“Ostracisti” e signori del no!
di Roberto Mostarda

I giorni e le settimane si susseguono, il Quirinale resta fermo sul voto in primavera (probabile nel mese di marzo 2018) a scadenza naturale della legislatura, ma per i partiti sembra che nulla possa smuovere il sostanziale immobilismo sui temi più importanti, quelli legati la lavoro, alla ripresa, alla lotta alla corruzione e alla criminalità, l’emergenza migranti e via dicendo.
E’ consueta la radicalizzazione delle posizioni in vista delle prove elettorali, momenti nei quali leader e candidati dovrebbero trasmettere idee, scelte future, posizioni specifiche ideali e pratiche della forza politica che rappresentano. Nel passare dei decenni abbiamo assistito a tutto questo con la più o meno conseguente realizzazione minimale delle promesse e delle indicazioni prima del voto, complici anche fattori esterni e condizioni internazionali. Ognuno, come si dice, tende a portare acqua al suo mulino, enfatizzando, esagerando, dando garanzie e indicazioni su quello che si farà dopo, quando il voto avrà dato il suo responso e chiarito la forza e le possibilità di governo di ogni competitore.
Questo dovrebbe essere, ed a questo fa riferimento costantemente il Presidente della Repubblica esortando a misurarsi sulle cose concrete, sui temi caldi, su ciò di cui il Paese ha bisogno per permettere ai cittadini di esprimersi con chiarezza sulla base di convinzioni maturate dinanzi a chi si presenta e vuole essere votato.
Un quadro non idilliaco, ma caratteristico di ogni democrazia più o meno stabile dove le elezioni costituiscono un momento fisiologico e di verifica degli umori della gente e della fiducia che tende a manifestarsi verso questo o quel partito o gruppo di forze alleate.
Si può dire che questo stia accadendo?
La risposta è negativa su tutta la linea. Ed è un altro elemento di riflessione su come stia cambiando l’Italia. Lo scollamento è forte e il distacco dalle liturgie della politica in costante incremento. E si manifesta o con la scelta radicale del non voto (non mi fido di alcuno e dunque evito di esprimermi) oppure con un voto in certo senso dissociato e discontinuo alla ricerca del meno peggio. Uno stato di cose che dovrebbe far pensare e preoccupare sulla tenuta generale del sistema democratico, per il non secondario fattore che arrivare a percentuali di affluenza di un cittadino su due o meno, se da un lato evidenzia il disinteresse dall’altro fa si che ad esprimere maggioranze o governi sia una sostanziale minoranza degli elettori. Quanto di più lontano si possa immaginare pensando all’esercizio dell’ineliminabile e costituzionale diritto a dare con il voto il proprio contributo alla vita democratica e all’esercizio di doveri e diritti e al valore di una volontà che consenta a chi perde di esercitare un forte controllo sui meccanismi e sulla linearità del concreto dispiegarsi della vita comune, pur se in direzione diversa dalla propria. Tutto questo, un valore in sé, non sembra più interessare i cittadini o sempre meno di essi che oltre a delegare a politici screditati il governo del paese delegano in sostanza anche il proprio diritto a votare. Un paradosso inquietante che sembra tuttavia interessare a pochi.
Quello al quale assistiamo, invece, è una lotta che sembra svolgersi più tra i partiti quasi all’interno di essi, sintomo di una carenza abissale di leadership a sua volta frutto del sempre maggior distacco del popolo dalla politica.
Ogni giorno abbiamo dinanzi due estremi: quelli che potremmo chiamare gli “ostracisti” (brutto ma efficace neologismo) e quelli che definiremo “i signori del no”. In assenza di idee politiche chiare, definite, in balia di ogni movimento e protesta si svolga nelle piazze  fisiche o virtuali, tra cinguettii e like, i politici guardano sempre più basso al proprio ombelico e a quello del vicino. E arriva a somma evidenza il costume di delegittimare, ostracizzare, accusare l’avversario politico sempre più spesso considerato non un contendente ma un vero nemico. Una radicalizzazione che esalta le piazze, vellica i più bassi istinti ma che nulla dà di concreto all’elaborazione di programmi e linee d’azione, che dovrebbero essere il pane quotidiano di ogni politico e l’alimento del confronto democratico.
Tale ostracismo si manifesta in vari modi: c’è chi come i Cinquestelle lo evidenzia contro tutti in nome di una diversità sempre più vagheggiata e sempre meno reale e chi lo riserva a questo o a quello a seconda del momento e della convenienza, come sembra accadere a sinistra e a volte anche a destra. L’unica frase che si sente in giro è infatti: con quelli mai, non possiamo avere nulla a che fare con loro, dobbiamo distinguerci e differenziarci radicalmente e via blaterando.
L’altro fenomeno sempre più evidente è quello del “no”. Invece di proporre qualcosa si dice solo e sempre no a quello che propongono altri e il confine tra ripicca e scelta consapevole è sempre più labile. In questo atteggiamento eccellono coloro che hanno lasciato il partito democratico, gli scissionisti di D’Alema e Bersani e i contigui della sinistra radicale. Il senso del no continuo e costante è quello di accettare solo che l’altro debba “necessariamente” dar loro ragione e seguire le loro indicazioni. Con buona pace di ogni confronto dialettico. E, oltretutto, non sono neppure originali perché il no preconcetto e continuo è stato già appannaggio della sinistra sindacale della Cgil, quella per intendersi che aveva come leader Landini e come sostanziale retroterra la stessa segretaria Camusso. Costoro stanno dicendo no, sempre e solo no, a tutti i governi che si sono succeduti nel paese, di centrodestra ovviamente, ma anche di centrosinistra. Per loro non esiste nel paese alcun governo che possa realizzare le loro priorità o che abbia cercato di farlo. La risposta è sempre no!
Appare di tutta evidenza come di fronte ad una situazione siffatta tra gli uni, gli ostracisti, e gli altri, i “noisti” vi sia un immenso territorio dove occorrerebbe far politica cercando di conciliare esigenze diverse e non sempre coincidenti nelle finalità, mediando, dialogando e cercando una sintesi realistica, la sola che la politica deve ricercare e dare esercitando appieno il suo ruolo. Molti sembrano averlo dimenticato, persino eredi più o meno nobili di grandi tradizioni di pensiero ormai desuete ma sempre cariche di valori, essendo quelle sulle cui basi si è creata più di settant’anni fa, la nostra Repubblica democratica!

Stampa

Italian Media s.r.l. - via del Babuino 107, Roma, c.a.p. 00187, p.IVA 09099241003, edita il settimanale Italiani con registrazione al Tribunale di Roma n. 158/2013 del 25.06.2013 - email: info@italianmedia.eu

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.
Questo sito usa i cookie per migliorare la tua esperienza d'uso e usa cookie di terze parti. Proseguendo nella navigazione si presta implicitamente il consenso all’utilizzo di questi strumenti. Si rimanda alla nostra privacy policy per maggiori informazioni e per la possibilità di negare il consenso.