Palazzo d'Orléans, sede della presidenza della Regione (Foto di Civa61)

Il voto siciliano ha rispettato le premesse regalando una realtà fatta di contraddizioni

Tre Italie avanzano parallele, ma per dove?
di Roberto Mostarda

Le elezioni regionali siciliane si sono tenute e ci hanno restituito un quadro illuminante – al netto della specificità dell’isola - sullo stato del nostro sistema democratico rappresentativo. E ha aperto molte domande sul futuro, quando si arriverà, la prossima primavera probabilmente, alle elezioni politiche nazionali.
Andiamo con ordine. Il primo dato è certamente quello dell’affluenza. Il dato ampiamente inferiore al 50 per cento (lineare con i precedenti della regione autonoma) ma in leggero decremento, mostra come il trend di disaffezione dal voto non si modifichi neppure in presenza di movimenti e soggetti diversi dal passato. Un elemento di certo non molto confortante. Se a livello tendenziale, molti commentatori ne fanno un must interpretativo, il caso siciliano indicasse in grandi linee quanto potrebbe avvenire alle politiche, si porrebbe un approfondimento in assoluto epocale sullo stato di salute della nostra democrazia e sul come imboccare una inversione di tendenza! La disaffezione dalla politica nell’intero paese è un trend sinora a senso unico e i dati delle ultime elezioni nazionali ne hanno già dato ampia dimostrazione. Se il dato dovesse peggiorare saremmo di fronte a un passaggio fortemente delicato in termini istituzionali.
Un secondo spunto di riflessione è la sostanziale parcellizzazione di ogni tradizione politica storica e la altrettanto anelastica affermazione del movimento cinquestelle. Nessuna lista che richiami partiti nazionali ha raggiunto in Sicilia percentuali minimamente paragonabili al passato e questo è il primo problema in vista di un qualsivoglia equilibrio di forze per realizzare coalizioni. Ma neppure il nuovo che avanza, il movimento grillino, ha guadagnato in termini assoluti, ossia non ha corretto in assoluto la disaffezione. Potremmo dire che a votarlo siano stati coloro che non hanno votato gli altri partiti e anche questo non è un buon indizio. Anzi delinea un vero cortocircuito dal quale non deriva un riavvicinamento tra elettori e politica. Se si aggiunge che i candidati governatori hanno avuto più voti dei partiti che li sostenevano, si aggiunge un ulteriore interrogativo su cosa stia accadendo nel corpo elettorale italiano.
Quello al quale si assiste è una sostanziale tripartizione del consenso nei termini sopradetti con la particolarità di uno dei tre soggetti di riferimento che non riesce a mostrarsi unito e rischia quindi di rimanere fuori dai giochi.
In modo più comprensibile: il centrodestra pur diviso e senza una leadership unica e condivisa, si presenta però unito nell’obiettivo e contro ogni analisi politologica, dimostra una vitalità elettorale e di consenso popolare che se replicata in campo nazionale ne fa uno dei soggetti politici del futuro prossimo. Nel paese, cioè, malgrado quanto accaduto in questi anni esiste una richiesta chiara di centrodestra.
Il movimento cinquestelle resta un elemento di punta coagulando la protesta contro il sistema dei partiti, ma paradossalmente rischia un’assimilazione ad esso non riuscendo a smuovere lo zoccolo duro dell’astensionismo in costante aumento. Come se, in sostanza, venisse visto come una ennesima manifestazione della politica consueta e dunque non innovativa, malgrado gli incredibili spettacoli ai quali assistiamo ogni giorno da parte dei suoi leader e del suo guru.
Il centrosinistra è invece il vero anello ebole di questa catena. La scissione ad impronta dalemiana ha infatti avuto ed avrà come unico risultato l’impossibilità per il Pd di risultare guida di una coalizione potenzialmente vincente. Dato aggravato dalla presenza di Sinistra italiana che non smuove consenso (come dimostra il caso Fava in Sicilia) ma che erode quello dell’area di riferimento. Se a livello nazionale si ripeterà lo stesso schema con l’aggiunta del campo progressista di Pisapia, potremmo dire che la frittata sarà totale. Diverso discorso se il risultato dell’ex sindaco di Milano verrà percepito come associato e affiancato a quello del Pd e di chi con esso si alleerà come il gruppo alfaniano. Difficile dire cosa potrà accadere in questo momento. Le prossime settimane potrebbero diradare la nebbia fitta ora esistente.
Un terzo punto riguarda lo scenario che a livello nazionale – e qui il caso siciliano non aiuta – si presenterà con l’applicazione della legge elettorale ora vigente, il rosatellum, e con le dinamiche che potranno attivarsi a livello locale sulla base delle sue norme. La evidente tripartizione con un consenso medio di poco superiore al 30 per cento per ogni area non consentirà alcuna certezza sul dopo elezioni e sul tipo di governo che si andrà a formare. Una situazione certamente prevedibile ma i cui sbocchi al momento non sono identificabili con facilità. La divaricazione tra i contendenti è infatti giunta a un tale livello che immaginare coalizioni o grandi coalizioni appare azzardato, pur se la politica è l’arte del possibile. La presenza pentastellata poi, se non ci sarà una vittoria evidente, rischia di congelare tutto portando alla necessità di nuovi ricorsi alle urne.
Bene che vada siamo rovinati, usava dire con una battuta d’antan. Del resto la dinamica complessa che il paese presenta è un dato ontologico per così dire ed è sempre da esso che si dovrà partire o ripartire. E, come da molto tempo, quel che accade in Europa non crea punti di riferimento ma piuttosto aggiunge criticità a criticità! Il laboratorio, insomma, è aperto ed è in piena attività, vedremo che cosa ne uscirà fuori!

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